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Discorso
pronunciato dal Presidente della Repubblica di Cuba
Fidel Castro sull’attuale crisi mondiale, durante
l’assunzione alla carica. L’Avana, 6 marzo 2003.
Compagni
deputati;
Distinti
inviatati;
Cari
compatrioti,
Abbiamo
appena fatto il giro del mondo in un viaggio che non
ha avuto neanche un minuto di sosta né di riposo.
Era necessario farlo. I giorni 24 e 25 era stato
convocato a Kuala Lumpur, Malesia, un importante
vertice, in mezzo ai rischi di una quasi certa
guerra nell’Iraq, all’aggravamento della crisi
economica internazionale, alla necessità fare
visita a dei carissimi amici come il Viet Nam e la
Cina programmate per i giorni previ e posteriori al
Vertice, alla necessità di fare un inevitabile
scalo in Giappone, da dove avevo ricevuto inviti di
importanti e apprezzati amici.
Ma
soprattutto è stato fondamentale che il giorno 5
marzo era stato convocato un atto di trascendentale
importanza, la costituzione della nuova Assemblea
Nazionale, l’elezione della presidenza e di quella
del Consiglio di Stato, del Presidente e dei Vice
presidenti.
Per
difficoltà climatiche non siamo potuti partire da
Hiroshima il giorno 3 marzo. La delegazione,
prevedendo qualche ritardo, ha dovuto pregare i
compagni a Cuba di posticipare la riunione per il
giorno 6.
Durante
il volo di ritorno ho dovuto redigere queste linee.
Attualmente
non è facile viaggiare per il mondo. Farlo con
riservatezza anticipando al minimo l’informazione
e la richiesta di autorizzazioni di volo, ecc., è
ancora più difficile. Viaggiare in IL-62, che ha
tanti anni di volo oltre alla specificità
dell’equipaggiamento, alla spesa in combustibile e
al suo rumore, rendono tutto più difficile, con o
senza ragione. Fa rumore mentre percorre la pista,
che dev’essere ben lunga, e continua a farlo
durante il decollo, ma decolla sempre e comunque, e
sempre che decolla arriva a destinazione.
Ho
volato per la prima volta su uno di essi 32 anni fa
per visitare il Presidente Salvador Allende in Cile,
e da allora non ho mai smesso di farlo. La nave è
forte come i trattori agricoli sovietici, fabbricati
a prova di trattoristi cubani. I suoi piloti sono
campioni olimpici. I tecnici e meccanici che la
riparano sono i migliori del mondo. Abbiamo appena
fatto il giro del mondo per la seconda volta. Almeno
lo spero, perché mancano ancora alcune ore
all’arrivo. A parte le battute, apprezzo queste
magnifiche navi dell’antica URSS, ne sono
riconoscente e le raccomando a compatrioti e
turisti. E’ il mezzo più sicuro che ci sia al
mondo. Io ne sono la prova.
Cronaca
obbligata di un viaggio
La
nostra delegazione è partita il 19 febbraio, alcuni
minuti prima di mezzanotte. Breve scalo a Parigi,
non c’era altro luogo. Avrei dovuto riposare
alcune ore in un albergo della città. Tentativo
inutile. Non c’era sogno. Dall’alto piano dove
mi trovavo ero intento a osservare parte della bella
e famosa città. Guardavo i tetti dei palazzi da tre
a sei piani che sembravano opere d’arte. Mi
domandavo con quali materiali erano stati costruiti
150 anni fa.
Ricordavo
l’Avana e i suoi problemi. I palazzi avevano un
colore come di cenere argentata. Nessuno ha saputo
rispondermi.
A
pochi chilometri si alzava un’enorme mole che
rompeva l’armonia. A destra alti edifici adibiti a
uffici o ad abitazioni che abbruttivano pure il
panorama. Ricordai l’eliporto costruito alcuni
mesi prima della Rivoluzione all’Avana Vecchia,
dietro a quello che fu il Palazzo del Governo
coloniale. Per la prima volta la Torre Eiffel e
l’Arco di Trionfo, tanto ammirati da tutti, mi
sembrarono due umiliati e rimpiccoliti oggetti.
All’improvviso ero diventato un urbanista
frustrato. A Parigi non ho disturbato né ho parlato
con nessuno. Sono partito serbando il ricordo di
tutto quanto lessi e sognai durante i miei anni di
gioventù sulla gloriosa rivoluzione e sull’eroica
e grandiosa storia della Francia e ammirando il
coraggioso atteggiamento che assume oggi di fronte
all’umiliante egemonismo unilaterale del governo
degli Stati Uniti.
A Ûrûmqi,
estremo occidentale di Cina, abbiamo fatto scalo.
Aeroporto di bella architettura. Amichevole e
ospitale. Raffinata cultura. Dieci ore dopo, ormai
di notte, atterriamo a Hanoi, capitale del nostro
caro ed eroico Viet Nam, ma molto diversa da quella
che ho visitato per ultima volta nel 1995, otto anni
fa. Le sue strade sono in piena attività e piene di
luci. Non si vede una bicicletta a pedali, sono
tutte a motore. Le auto inondano le vie. Penso al
futuro, al combustibile, all’inquinamento e ad
altre tragedie, ed è l’unica cosa che mi causa
qualche inquietudine.
Lussuosi
alberghi si alzano dappertutto. Le fabbriche si sono
moltiplicate. I padroni sono in genere stranieri che
applicano rigide norme di amministrazione
capitalistica, ma in un paese comunista che riscuote
imposte, distribuisce entrate, crea impieghi,
sviluppa l’educazione e la sanità, mantiene
incolume glorie e tradizioni. Petrolio,
termoelettriche, idroelettriche, industrie basiche
sono in mano allo Stato. Una rivoluzione umana per
eccellenza. Tutti coloro che sono stati e sono
costruttori della rivoluzione ricevono trattamento
accurato e rispettoso. Ho Chi Minh fu, è e sarà
esempio eterno.
Con
Nguyen Giap, il geniale stratega, ho parlato a
lungo. Eccellente memoria. Con tristezza e caro
affetto ho ricordato tanti amici come Pham Van Dong
e altri ormai morti. Persone che seminano affetto
eterno. Gli antichi e i nuovi dirigenti hanno
manifestato affetto e amicizia senza limiti. Il
legami in tutti i sensi si sono moltiplicati. Le
differenze di situazioni rispetto a Cuba sono
grosse. Noi siamo circondati da vicini che non hanno
niente da investire e il più ricco del mondo ci
impone un rigido blocco. A ciò si aggiunge il
nostro speciale zelo per preservare il massimo di
ricchezze e di benefici per le presenti e future
generazioni, il che non oscura assolutamente la
nostra gloriosa ed eterna amicizia.
Dal
Viet Nam alla Malesia. Questo è un paese
meraviglioso. Le grandiose risorse naturali e uno
straordinario leader, di speciale lucidità, che non
ha favorito lo sviluppo di un capitalismo selvaggio,
spiegano il suo progresso. Ha unito le tre etnie
principali: la malese, l’india e la cinese. Ha
favorito gli investimenti che sono piovuti dal
Giappone industrializzato e da altre aree del mondo.
Ha stabilito norme e regole inflessibili. Ha
distribuito le ricchezze nel modo più equo
possibile. Il paese è cresciuto a buon ritmo
durante 30 anni. L’istruzione e la sanità sono
state curate. La Malesia ha goduto di lunga pace,
contrariamente al Viet Nam, a Lao e alla Cambogia,
aggrediti prima dal colonialismo e
dall’imperialismo dopo, e quand’è arrivata la
grande crisi che ha colpito il sudest asiatico, il
suo leader ha disubbidito le norme del Fondo
Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e di
altri organismi del genere, ha fatto intervenire lo
stato, ha stabilito il controllo sul cambio, ha
impedito la fuga di capitali e ha salvato il paese e
le ricchezze. Questo è ben lungi da ciò che
avviene nel nostro sofferente emisfero, nella
Malesia si è sviluppato un vero capitalismo
nazionale che, malgrado le grandi differenze di
guadagno, ha portato il benessere alle masse. Gode
di prestigio e di rispetto. Per gli occidentali e
per il loro nuovo ordine economico è proprio un mal
di testa e un cattivo esempio.
Cina.
Vi siamo arrivati a mezzogiorno. Come nel Viet Nam,
mai una delegazione cubana aveva ricevuto tante
attenzioni e tanti onori. Cena ufficiale di
benvenuto il giorno 26. Le riunioni con i precedenti
e i nuovi dirigenti del Partito e dello Stato,
alcuni di essi ancora in funzioni –Jiang Zemin, Hu
Jintao, Li Peng, Zhu Rongji, Wen Jiabao, ognuno con
i rispettivi gruppi—si sono susseguite una dietro
l’altra dal primo pomeriggio fino al giorno 27. La
mattina del 28, visita al parco Tecnologico di
Beijing e partenza con il Presidente Jiang Zeming
verso a Nanjing per visitare la fabbrica di
televisori Panda. Per la prima volta nella vita
salgo su un Jumbo. Cena ed incontro con il Primo
Segretario della provincia di Jiangsu. Partenza per
Shanghai. Commiato.
Le
attenzioni ricevute dalla delegazione cubana nel
Viet Nam e in Cina non hanno precedente in tutta la
storia della Rivoluzione. E’ stata l’occasione
per parlare in modo ampio e approfondito con uomini
veramente eccezionali, dei veri amici che hanno
stampato per sempre l’amicizia tra i nostri
popoli. Essi, la Cina e il Viet Nam, sono stati i
migliori amici nei giorni incredibilmente difficili
del periodo speciale, quando assolutamente nessuno
credeva che la Rivoluzione cubana sarebbe
sopravvissuta. Oggi i loro popoli e governanti
rispettano e ammirano un piccolo paese che ha saputo
resistere nelle vicinanze dell’unica superpotenza
che con la sua immensa forza ha egemonizzato il
mondo.
Questo
merito non spetta a nessuno di noi che abbiamo
ricevuto quegli onori, bensì all’eroico e
glorioso popolo che seppe adempiere con dignità il
proprio dovere.
Le
nostre conversazioni non si sono limitate a temi
bilaterali e all’ulteriore sviluppo dei nostri
rapporti economici, scientifici e culturali. Sono
stati trattati con enorme interesse, fiducia e
comprensione i più importanti temi internazionali.
Da
Cina abbiamo volato al Giappone. Lì siamo stati
accolti con ospitalità e rispetto. Sebbene la
visita fosse solo un transito, vecchi e fermi amici
ci hanno ricevuto. Abbiamo avuto incontri con
Tomoyoshi Kondo, Presidente della Conferenza
Economica Cuba-Giappone; con Watanuki, Presidente
della Dieta giapponese; con Mitsuzuka, Presidente
della Lega Parlamentare di Amicizia; incontro di
cortesia con l’ex primo ministro R. Hashimoto;
incontro con il primo ministro Junishiro Koizumi.
Su
iniziativa giapponese abbiamo affrontato temi
riferiti alla tesa situazione nella penisola coreana
che interessa a tutti, su cui informeremo in
dettaglio al governo della Repubblica Democratica di
Corea, con cui abbiamo mantenuto amichevoli rapporti
diplomatici sin dal trionfo della Rivoluzione.
Abbiamo
viaggiato a Hiroshima il 2 marzo. Abbiamo visitato
il museo Memoriale della Pace della suddetta città,
dove abbiamo depositato un omaggio floreale. Siamo
stati a pranzo dal Governatore della città.
Non
basterebbero le parole né il tempo per esprimere
quanto profonda è stata l’impressione causataci
dal genocidio commesso sulla popolazione civile di
Hiroshima. La forza dell’immaginazione non può
concepire ciò che lì avvenne.
Quel
attacco non era assolutamente necessario, né sarà
mai moralmente giustificabile. Il Giappone era
militarmente sconfitto. Tutto il territorio occupato
dalla parte di Oceania, nel sudest asiatico e
persino delle possessioni sovrane giapponesi erano
state recuperate. A Manciuria avanzava incontenibile
l’Esercito Rosso. La guerra sarebbe finita fra
pochi giorni senza neanche una perdita addizionale
di vite statunitensi. Bastava un ultimatum e in
ultimo luogo l’uso di quell’arma in un campo di
battaglia o in una o due basi giapponesi
strettamente militari perché la guerra concludesse
subito, nonostante la pressione e l’intransigenza
dei capi più estremisti.
Dal
mio punto di vista, e anche se il Giappone iniziò
la guerra con un attacco sorpresa ingiustificabile
su Pearl Harbor, non c’era motivo che
giustificasse quella terribile strage di bambini, di
donne, di anziani e di innocenti cittadini di
qualunque età.
Il
popolo giapponese, nobile e generoso, non ha detto
nemmeno una parola di odio contro gli autori. Ha
invece alzato sul posto un monumento alla pace perché
mai si ripeta un fatto simile.
Milioni
di persone dovrebbero visitare quel punto per
cercare che l’umanità conosca realmente ciò che
avvenne lì.
In
quel luogo ho avuto l’emozione di vedere una foto
del Che, quando depositava un omaggio floreale
davanti al modesto ma immortale ricordo di uno dei
maggiori crimini commessi contro l’umanità.
A
questa generazione della nostra specie è toccato
vivere situazioni interamente inedite, per niente
ideali né desiderabili. Speriamo che l’umanità
possa vincere. Se prima all’interno della nostra
epoca gli uomini sembravano essere padroni degli
avvenimenti, oggi gli avvenimenti sembrano essersi
impadroniti degli uomini.
Questo
nostro viaggio è stato associato a un insieme di
successi che seminano dappertutto incertezza e
insicurezza. I pilastri e i valori di un’intera
civiltà sono in crisi. Idee quali la sovranità e
l’indipendenza sono ormai diventate una finzione.
La verità, l’etica, che dovrebbero essere i primi
diritti o attributi dell'essere umano, dispongono di
sempre meno spazio. Le agenzie, i mezzi stampa, la
radio e la televisione, i telefoni cellulari e le
pagine web apportano un fiume di notizie che ci
arrivano da ogni parte del mondo ogni minuto.
Seguire il corso degli avvenimenti non è per niente
facile.
Nel
maremagnum di notizie l’intelligenza umana riesce
appena ad orientarsi. Per fortuna molte volte
l’istinto di sopravvivenza le consente di reagire.
Mai
tutte le nazioni del mondo sono state sottomesse al
potere e ai capricci di coloro che dirigono una
superpotenza con una forza che sembra illimitata,
della cui filosofia e delle cui idee politiche e
nozioni etiche nessuno ha la più lontana idea. Le
loro decisioni sono praticamente imprevedibili e
inappellabili. La forza e la capacità di
distruggere e di uccidere sembrano essere presenti
in ogni loro pronuncia. Ciò logicamente infonde
timore e inquietudine in molti uomini di stato,
specialmente se si tiene conto del fatto che
all’immenso potere militare si uniscono il potere
economico, politico e tecnologico di coloro che non
vogliono essere disubbiditi.
Il
sogno di un mondo diretto da norme e da
un’organizzazione che esprima la volontà e il
desiderio di tutti i popoli svanisce.
A
molti metri di altitudine leggevo una notizia il cui
contenuto era testualmente il seguente: "Il
Presidente Bush nell’allocuzione radiale
settimanale espresse la propria assoluta mancanza di
rispetto nei confronti dell’ONU e aggiunse che
aveva consultato la suddetta organizzazione ‘per
un compromesso fatto con i nostri alleati e
amici" e non perché gli interessi il risultato
delle sue deliberazioni".
Un
crescente numero di persone al mondo si ribellano
sempre di più contro l’idea della globalizzazione
di una tirannia universale.
Le
Nazioni Unite, organizzazione nata da una guerra che
è costata 50 milioni di morti, tra cui centinaia di
migliaia di giovani statunitensi, deve interessare a
tutti i popoli e governi del mondo. Ha dei grossi
difetti, è pure anacronistica in molti aspetti; la
sua Assemblea Generale dove sono presenti quasi
tutti gli stati del pianeta è una semplice
assemblea deliberativa senza alcun potere, dove
soltanto si emettono opinioni; il Consiglio di
Sicurezza, un ipotetico organo esecutivo, dove conta
solo il voto di cinque stati privilegiati, uno solo
dei quali può annullare la volontà del resto delle
nazioni del mondo, e uno di essi, il più potente,
lo ha utilizzato a propria voglia innumerevoli
volte. Tuttavia, non si dispone di altro.
La non
esistenza dell’ONU condurrebbe all’epoca
peggiore che precedette il nazismo e ci porterebbe
alla catastrofe. Alcuni di noi siamo stati testimoni
di quanto è avvenuto durante gli ultimi due terzi
del XX secolo. Abbiamo visto in tutta la sua forza
la nascita di una nuova forma di imperialismo,
coinvolgente e totale, mille volte più potente del
famoso impero romano e cento volte più potente del
suo attuale alleato incondizionato, l’ombra di
quello che fu l’impero britannico. Soltanto la
paura, la cecità o l’ignoranza potrebbero
impedire di vederlo chiaramente.
Questo
è il lato oscuro del problema. Ma la realtà
potrebbe essere un’altra. Mai in così breve tempo
si sono organizzate manifestazioni tanto gigantesche
dappertutto e, ripeto, in tempi veramente da
primato, come quelle avvenute contro l’annunciata
guerra contro l’Iraq.
I
governi dei due più importanti alleati degli Stati
Uniti, la Gran Bretagna e la Spagna, sono stati
messi in crisi; le rispettive opinioni pubbliche, in
schiacciante maggioranza, sono contrarie alla
guerra. Sebbene è vero che l’Iraq ha commesso due
gravi e ingiustificabili fatti, quali l’invasione
all’Iran e l’occupazione di Kuwait, è
altrettanto vero che questo paese è stato
sottoposto ad azioni durissime; centinaia di
migliaia di bambini iracheni sono morti a causa
della fame e delle malattie, ha subito dei
bombardamenti per anni e non ha capacità militare
che lo possa convertire in un minimo rischio per la
sicurezza degli Stati Uniti e dei loro alleati nella
zona. Sarebbe una guerra assolutamente non
necessaria, di oscuri propositi, a cui si oppone il
mondo, compresa una parte importante dello stesso
popolo degli Stati Uniti, se non si realizzasse con
l’approvazione dell’ONU.
L’economia
mondiale, sottoposta a profonda crisi dalla quale
non è riuscita a riprendersi, soffrirà inevitabili
conseguenze e non ci sarà dopo sicurezza né
tranquillità per nessun paese del pianeta.
L’opinione
mondiale protesta e potrebbe anche affermarsi che lo
fa per la propria sicurezza e per quella degli altri
popoli del mondo. Gli Stati Uniti non possono fare
la guerra per intimidire il mondo con il loro
potere, per provare nuove armi e per allenare le
proprie truppe. Questa atmosfera si percepisce
dappertutto. In modo speciale ho potuto apprezzarla
nel Vertice del Movimento di Paesi Non allineati
tenutosi a Malesia.
E’
stato un evento serio, dove i capi di Stato e di
Governo hanno espresso i loro criteri con rispetto
nel linguaggio, sincerità nelle critiche e un
grande senso della responsabilità. Mahathir ha
diretto i dibattiti con ordine, serietà ed
efficienza.
E
com’era da aspettarsi, con tutta la cautela che
esige la dipendenza quasi totale dei paesi del Terzo
Mondo agli Stati Uniti e ai loro organismi
finanziari poiché un loro disgusto può essere la
fine di un governo o la destabilizzazione di
un’economia.
Ci
sono state dichiarazioni quasi unanimi nei discorsi
della conferenza:
Uno:
non si dovrebbe sferrare una guerra contro l’Iraq,
tanto meno senza l’approvazione delle Nazioni
Unite.
Due:
L’Iraq deve adempiere rigorosamente le
regolamentazioni approvate dal Consiglio di
Sicurezza.
Tre:
praticamente nessuno ha speranze rispetto alla
possibilità di evitare la guerra.
Quattro:
come si può supporre, il sottosviluppo, la povertà,
la fame, l’ignoranza, le malattie, l’impagabile
debito estero accumulato, il funesto lavoro di
destabilizzazione degli organismi finanziari
internazionali e altre innumerevoli calamità che
flagellano il Terzo Mondo, sono stati oggetto di
analisi e di denuncia.
La
nostra delegazione ha partecipato a tutte le sedute
del Vertice e ha avuto decine di incontri con altre
delegazioni. Ci chiedevano informazioni, scambi di
esperienze, e a volte collaborazione in campi
specifici.
In
quella sede abbiamo potuto osservare che personalità
delle più svariate culture, credi religiosi e idee
politiche ci trattavano con familiarità e
confidenza. Abbiamo potuto constatare che il nostro
popolo è ammirato e riconosciuto dalla sua
solidarietà e dalla sua ferma adesione ai principi.
A
molte di esse abbiamo spiegato e offerto
informazione documentata sul golpe fascista nel
Venezuela, sul danno cagionato al mondo con il
sabotaggio alla produzione di tre milioni di barili
di petrolio al giorno, letteralmente paralizzata, e
che ormai si recupera grazie alla schiacciante
vittoria del popolo bolivariano. Abbiamo anche
spiegato loro i rischi di una guerra nella zona del
Medio Oriente, sia per i paesi ricchi che per quelli
poveri. La nostra opinione che non è impossibile
evitare la guerra se l’Iraq riusciva a dimostrare
non solo al Consiglio di Sicurezza ma anche ai
parlamentari del mondo, senza escludere quelli degli
Stati Uniti –dove molti hanno dei dubbi--, della
Gran Bretagna, della Spagna e dell’Italia, che
sono gli alleati più incondizionati e dove ci sono
molte persone contrarie alla guerra; dimostrare ai
parlamentari e ai leader dei paesi non allineati e
ai dirigenti delle organizzazioni sociali che sono
stati adempiti e si adempiono tutti e ognuno dei
requisiti compresi nella Risoluzione dell’ONU.
La
battaglia per la pace e l’integrità dell’Iraq
è una battaglia politica e non militare. Se la
verità può essere assicurata, se la menzogna può
essere sconfitta, la pace nella regione si può
ancora salvare, con beneficio anche per il popolo
degli Stati Uniti. Con questa guerra ci
guadagnerebbero soltanto i produttori di armi o
coloro che nutriscono il sogno impossibile che 6,3
miliardi di esseri umani, famelici e poveri nella
stragrande maggioranza, possano essere governati
mediante la forza.
Appoggiamo
la decisione del governo iracheno di distruggere i
missili Al Samoud ed esortiamo l’Iraq a
distruggere perfino un centimetro cubico di
qualunque arma chimica o biologica che possa
restare, se ce ne sono ancora o possano essere state
fabbricate.
Il
governo degli Stati Uniti non avrebbe alcun pretesto
legale o morale per attaccare l’Iraq, tanto meno
se agli occhi del mondo si sta commettendo un vero
genocidio contro il popolo palestinese, e lo stato
d’Israele possiede un arsenale di centinaia di
armi nucleari e di mezzi per il loro trasporto
forniti dagli Stati Uniti.
Soltanto
la più completa verità dimostrata
inconfutabilmente al mondo darebbe al popolo
iracheno la forza morale e un appoggio
internazionale assoluto per difendere la sua patria
e la sua integrità fino all’ultima goccia di
sangue.
Senza
una chiara visione dell’epoca in cui viviamo,
questo grande evento politico che ci riunisce oggi
avrebbe soltanto una relativa importanza. Cuba ha
l’onore di essere attualmente uno dei pochi paesi
che gode di privilegi eccezionali. Ovviamente
affrontiamo gli stessi rischi globali del resto
dell’umanità, ma nessun altro è politicamente
meglio preparato per affrontare i problemi che
attualmente flagellano una grande parte del mondo e
per costruire piani e sogni che senza dubbio ci
convertiranno in una delle società più umaniste e
giuste della terra, finché la nostra specie sia in
grado di sopravvivere. Nessun altro paese è più
unito, né più fermo e forte per affrontare
pericoli esterni e interni.
Quando
mi riferisco a pericoli interni non sto pensando a
rischi politici. La forza e la coscienza accumulata
durante i 44 anni di eroica lotta è tale che tutti
gli integranti e i perfidi teorici della sovversione
e della destabilizzazione del mondo insieme al
servizio dell’imperialismo non potrebbero
sovvertire l’ordine interno e il corso socialista
della nostra Rivoluzione.
Quando
qualcuno in estremo potente ci ha domandato
dall’estero di cambiarlo, la risposta del nostro
popolo è stata quella di dichiarare nella
Costituzione della Repubblica il carattere
irrevocabile del socialismo a Cuba. Non resta loro
altro che inventare trucchi e menzogne con cui
alimentare le magre e ridicole speranze.
Quali
pericoli interni considero fondamentalmente i rischi
di tipo sociale o morale che danneggino la
sicurezza, l’educazione o la salute della nostra
popolazione. E’ ben noto quanto abbiamo lottato
contro l’abitudine di fumare e quanto ne abbiamo
ridotto il consumo. Allo stesso modo lottiamo contro
gli eccessi nel consumo di alcol o contro il
doloroso fatto che venga consumato da donne gravide,
il che può provocare la nascita di bambini con
ritardo mentale o altre gravi limitazioni fisiche.
Di
fronte all’incipiente comparsa del consumo di
droghe, che giungono nelle nostre coste
fondamentalmente trascinate dalla marea dopo essere
state gettate in mare dai trafficanti
internazionali, non abbiamo esitato ad adottare
tutte le misure pertinenti per prevenire e vincere
questo flagello che colpisce la stragrande
maggioranza delle società del pianeta. Abbiamo
pensato che qualunque riferimento al suddetto
problema avrebbe portato una pioggia di pubblicità
come se fossimo i peggiori e non i migliori, senza
nemmeno considerare la purezza della nostra società
in confronto con altre in questo tema. Ciononostante
non abbiamo esitato a farlo. Abbiamo sempre
combattuto tutte le battaglie e le abbiamo vinte con
l’aiuto del popolo. Ce ne sono ancora altre che
dovremo combattere, alcune richiedono di molto
tempo, perché sono legate a vecchie abitudini e
costumi, o dipendono da fattori materiali che non
sono ancora alla nostra portata. Tuttavia,
possediamo armi invincibili. L’arma principale è
l’educazione. Sebbene a essa abbiamo dedicato uno
dei maggiori sforzi mai realizzati da alcun popolo,
siamo ancora ben lungi da comprendere il suo enorme
potenziale, soprattutto quello dell’uso ottimo
dell’immenso capitale umano che abbiamo creato.
Esso lo trasformerà tutto e presto diventeremo il
popolo più educato e culto del mondo. Ormai nessuno
ne dubita, dentro e fuori Cuba.
Con lo
stesso impeto si va avanti nel campo della sanità,
dove occupiamo già uno dei primi posti nel mondo.
Anche in questo settore il capitale umano e
l’esperienza accumulati saranno fattori decisivi.
Andrà
avanti la cultura, l’arte e la scienza.
Porteremo
lo sport fino alle più alte cime.
Cito
soltanto alcuni esempi dei grandi compiti che ci
attendono. Nessuno sarà dimenticato.
Come
sempre sarà preferibile dimostrarlo con i fatti e
non con le parole.
Il
decadente sistema capitalista imperialista nella sua
tappa di globalizzazione neoliberale manca
assolutamente di soluzioni per i grandi problemi
dell’umanità, la cui cifra di abitanti si è
quadruplicata in appena un secolo. Non ha avvenire
possibile. Distrugge la natura e moltiplica la fame.
La nostra nobile e umana esperienza in numerosi
campi sarà utile per molti popoli del mondo.
Di
fronte ai cambiamenti climatici, ai danni
all’ambiente cagionati da altri, alle crisi
economiche, alle epidemie e ai cicloni aumentano le
nostre risorse materiali, scientifiche e tecniche.
La protezione dei nostri cittadini occuperà sempre
il primo posto nei nostri sforzi. Nient’altro avrà
priorità su questo.
Di
fronte ai pericoli politici e alle aggressioni
provenienti dall’estero mai si indebolirà la
nostra disposizione a difendere la patria e il
socialismo. Anzi, meditiamo con serietà e
perfezioniamo sempre di più i nostri concetti sulla
guerra di tutto il popolo, convinti che nessuna
tecnica anche se sofisticata potrà mai vincere
l’uomo. Insieme a questo, la convinzione e la
coscienza saranno sempre più forti.
La
battaglia di idee, la nostra più potente arma
politica, proseguirà senza tregua.
Lo
scorso 24 febbraio, nientemeno che il giorno che si
commemora l’inizio dell’ultima guerra
d’indipendenza in seguito all’appello di Martí,
un signore chiamato James Carson, capo
dell’Ufficio di Interessi degli Stati Uniti a
Cuba, si è incontrato in un appartamento
dell’avana con un gruppo di controrivoluzionari
pagati dal governo degli Stati Uniti per commemorare
il Grito de Baire, data patriottica e sacra
per il nostro popolo. Altri diplomatici avevano
ricevuto l’invito ma soltanto questo illustre
personaggio vi ha partecipato.
Ma il
fatto non si è limitato a una discreta assistenza.
Alla domanda di un giornalista sul fatto che la sua
presenza lì poteva confermare l’accusa del
governo cubano, Carson affermò: "No, perché
io credo che hanno invitato tutto il corpo
diplomatico e noi come paese abbiamo sempre
appoggiato la democrazia e le persone che lottano
per avere una vita migliore. Io sono qui come
invitato."
"Non
ho paura", rispose brevemente a un’altra
domanda dei corrispondenti sulla possibilità che la
sua presenza nell’attività di opposizione fosse
considerata come un gesto tutt’altro che
amichevole verso il governo cubano, che denuncia i
dissidenti quali gruppi sovversivi,
Dopo,
grossolano e insultante, aggiunse in perfetto
spagnolo: "Purtroppo il governo cubano sì che
ha paura, paura alla libertà di coscienza, paura
alla libertà di espressione, paura ai diritti
umani. Questo gruppo dimostra che ci sono dei cubani
che non hanno paura. Loro sanno che la transizione
verso la democrazia e in atto. Vogliamo che sappiano
che non sono soli, che tutto il mondo li appoggia.
Noi come paese appoggiamo la democrazia, le persone
che lottano per avere una vita migliore e per la
giustizia."
La
nota stampa dice: "Sebbene alcuni diplomatici
stranieri sono soliti riunirsi con dissidenti, non
è usuale che compaiano in atti pubblici o esprimano
opinioni sul governo ai mezzi stampa."
"Sono
invitato e viaggerò lungo tutto il paese per
visitare le persone che vogliono libertà e
giustizia."
Qualunque
cittadino capisce che si tratta di una svergognata
provocazione di sfida. Sembra che lui e coloro che
gli hanno ordinato quel ruolo da bravo con immunità
diplomatica stavano dimostrando proprio paura. Se
così non fosse, risulterebbe tanto strano che
qualunque persona potrebbe domandarsi quanto aveva
bevuto in quel "patriottico" atto.
Siccome
Cuba ha in realtà tantissima paura, prenderà con
molta calma la decisione di come procedere nei
confronti di questo strano funzionario. Forse i
numerosi membri dell’Intelligence nordamericana
che lavorano nel suddetto Ufficio di Interessi gli
possano spiegare che Cuba può tranquillamente
prescindere di tale ufficio, incubatrice di
controrivoluzionari e comando delle più grossolane
azioni sovversive contro il nostro paese. I
funzionari svizzeri che li rappresentarono per lungo
tempo, realizzarono durante anni un ottimo lavoro e
non facevano lavori di spionaggio né organizzavano
la sovversione. Se ciò è in realtà quello che
vogliono provocare con le insolenti dichiarazioni,
è meglio che abbiano la vergogna e il coraggio di
dirlo. Un giorno, non importa quando, lo stesso
popolo degli Stati Uniti invierà un vero
ambasciatore dal suo paese "senza paura e senza
macchia", come si diceva dei cavalieri
spagnoli.
Nel
terreno dell’economia applicheremo nuove
esperienze acquisite negli ultimi tempi. Continuerà
ad aumentare la produzione e il risparmio di
petrolio.
Siamo
in migliori condizioni che mai per incrementare
l’efficienza e la disciplina nelle nostre imprese,
che cercando di favorire l’autofinanziamento in
valuta a volte commettono errori che alla fine
pesano sulle risorse centrali del paese.
Abbiamo
imparato e continueremo a imparare molto di più.
Sorgono nuove fonti di guadagno e il rigore nella
gestione delle risorse dovrà essere incrementato.
Vecchie e nuove brutte abitudini dovranno essere
sradicate. L’eterna sorveglianza è il prezzo
dell’onestà e dell’efficienza.
L’anteriore
Assemblea Nazionale a compiuto un’importante tappa
storica. Questa nuova assemblea non dovrà né potrà
restare indietro. Le elezioni generali passate sono
state le migliori della nostra storia. Non lo dico
per gli indici, che sono tutti migliorati ma possono
appena dare un’idea della qualità delle elezioni
perché sono già troppo alti. Lo dico per lo
straordinario entusiasmo degli elettori, che ho
potuto vedere con i miei occhi, e per la esperienza
di molti anni. Rispetto a ciò è difficile
sbagliarsi, non ho mai visto niente di simile. Quel
entusiasmo era il risultato della battaglia di idee
e della vorticosa crescita della nostra cultura
politica.
Ringrazio
tutti voi compagni deputati e il nostro carissimo
popolo in nome del Consiglio di Stato per la
rinnovata fiducia depositata in noi, nel mio caso
particolare dopo oltre 50 anni di lotta
rivoluzionaria che non è cominciata precisamente il
giorno del primo combattimento. Sappiamo che il
tempo passa e le energie si esauriscono.
Forse
la lotta incessante ci ha allenato per una così
lunga battaglia. Penso che il segreto può essere
nella forza di una grande illusione, di un
entusiasmo inesauribile e di un amore alla nostra
nobile causa che è cresciuto ogni giorno della
vita; ma questa ha le proprie inesorabili leggi.
Vi
prometto che sarò con voi se così lo desiderate
mentre sia consapevole di poter essere utile e se
prima non lo decide la stessa natura, né un minuto
meno, né un secondo in più. Adesso comprendo che
il mio destino non era venire al mondo per riposare
alla fine della vita.
Viva
il socialismo!
Viva
l’indipendenza!
Viva
la pace!
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