Prigionieri Politici dell'Impero| MIAMI 5  

    

S T A M P A   N A Z I O N A L E

L'Avana. 14 ottobre 2004

Assassinati in Iraq per mettere a tacere
 la verità


Javier Couso, fratello del cameraman del canale spagnolo "Tele 5" assassinato in Iraq dalle truppe nordamericane nell’aprile 2003, è stato intervistato da ‘Juventud Rebelde’

HEDELBERTO LÓPEZ BLANCH

La censura a colpi di cannone è stato il metodo utilizzato dagli invasori statunitensi per mettere a tacere, assassinandoli, gli inviati internazionali che stavano mostrando al mondo immagini su quel che sta succedendo in Iraq. La cosiddetta libertà di stampa, come già era successo in molte altre parti del mondo invase dagli USA, era un lusso che non poteva essere permesso e, per metterla a tacere, un carro Abrams M-1 puntò le armi contro l’Hotel ‘Palestina’, situato nel centro di Baghdad e sparò la sua scarica mortale. Tre corrispondenti internazionali morirono immediatamente sotto la mitraglia: José Couso di ‘Tele5’, spagnolo; Tarek Ayud, inviato della tv del Qatar ‘Al Jazeera’ e Taras Protsyuh della ‘Reuters’.


I resti della macchina fotografica di
 José Couso coprono il suo sangue sulla
 terrazza di una camera dell’Hotel ‘Palestina’.
(Foto Reuters ed AFP).

Dal 17 al 20 ottobre prossimi si svolgerà a L’Avana il IVº Incontro Mondiale dei Corrispondenti di Guerra, allo scopo di scambiare riflessioni sull’inizio di un millennio contraddistinto dai conflitti armati.

La capitale cubana è stata scelta nel 1998 per fare da scenario a giornalisti, fotografi, cameramen, scrittori, cineasti, accademici, storici, educatori, familiari di colleghi caduti compiendo il loro dovere di informare ed a tutti gli interessati alla funzione dei mass-media di fronte al dramma delle guerre nel mondo, con il motto centrale di: "Chi mette a rischio la propria vita lavora per la pace".

Javier Couso, fratello del cameraman José Couso, ci comunica via e-mail le sue impressioni su quest’appuntamento.

Che importanza ha per lei questo evento?

Questo incontro ha una grande importanza sia per me che per la mia famiglia, prima di tutto perchè ci permetterà di offrire ai giornalisti e cameramen partecipanti la nostra versione di quanto successe a Baghdad quell’8 di aprile del 2003, che a nostro giudizio fu chiaramente un crimine di guerra, commesso dall’esercito statunitense con l’evidente intenzione di chiudere gli occhi della comunità internazionale, dal momento che furono attaccati i tre centri-stampa esistenti a Baghdad in quel momento.

La versione che esporremo è il frutto di un’analisi dolorosa ma profondamente meditata, che ci ha permesso di asciugare le nostre lacrime con il fazzoletto della lotta per il riconoscimento e la dignità di mio fratello. Partecipare ad un evento al quale saranno presenti persone che esercitano o esercitavano la sua stessa professione è una maniera di stare con lui e di condividere le nostre ansie ed inquietudini con quelle e quelli che si giocano la vita per informare i loro concittadini sulla realtà più drammatica.

Come valuta la guerra scatenata dagli USA contro l’Iraq?

Come un’aggressione ad un paese sovrano, sferrata alle spalle della comunità internazionale, contro la maggioranza dei cittadini del mondo e basata su prove che non sono altro che spudorate menzogne.

È chiaro che, con l’invasione e l’occupazione dell’Iraq, gli Stati Uniti non pretendevano di instaurare la democrazia e migliorare le condizioni di vita del popolo iracheno, ma di soddisfare interessi geopolitici, che vogliono spostare l’asse strategico USA dall’Arabia Saudita all’Iraq ed alla Giordania.

L’intero progetto è un piano neocoloniale riguardante tutta l’area e che punta ad instaurare un nuovo equilibrio chiaramente a favore degli interessi anglo-israeliani.

Qual’è il suo giudizio sulle cosiddette "guerre preventive" preannunciate dagli USA?

Mi oppongo categoricamente e totalmente a quelle che saranno, nè più nè meno, guerre di aggressione. Questo tipo di conflitto va contro quelle che sono state fino ad oggi le norme e le disposizioni internazionali, che comunemente chiamiamo "legalità internazionale" e che prevedono la guerra come ultima risorsa, legale solo quando si combatte in casa propria.

Cambiare queste norme e disposizioni, divenute senso comune, per rendere possibili attacchi allo scopo di difendersi da non si sa quali pericoli, aprirebbe la porta ad uno scenario nel quale i paesi più potenti potrebbero inventarsi pretesti o presunte prove per (in difesa della loro sicurezza nazionale) adottare politiche che potremmo definire "delle cannoniere" e che sarebbero utilizzate (come già stiamo vedendo e vivendo) non per difendersi, ma come una nuova pedina che, nella scacchiera mondiale, compirebbe i movimenti di una regina.

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