Prigionieri Politici dell'Impero| MIAMI 5  

    

S T A M P A   E S T E R A

L'Avana. 1 agosto 2006

Il sorriso di Condoleezza
• A proposito del vertice di Roma

In Libano la guerra imperversa, centinaia di morti, profughi a migliaia, città sotto tiro. La ONU è bombardata ormai anche fisicamente: politicamente lo è da anni. A Gaza è mattanza pura, ma abbiamo già fatto l'abitudine.

L'esercito israeliano è in difficoltà e comincia a contare le sue vittime.

Il summit romano dei potenti non è andato al di là d’una dichiarazione d'intenti, il cui unico punto che - forse - potrà essere messo rapidamente in pratica riguarda gli aiuti umanitari (ammesso che riescano a superare i posti di blocco).

Nessun documento che impegni davvero, tanto meno quel cessate il fuoco che Prodi anelava e che la Rice ha cassato dal confronto. Intanto i pacifisti sono in vacanza e il nodo mediorientale per quella che il New York Times aveva chiamato «la seconda potenza mondiale» è troppo spinoso.

Questo è lo stato delle cose, molto crudo. Si dirà che era tutto ampiamente previsto, che la polveriera medio orientale non poteva che alimentarsi di nuovo col fuoco, nell'era della guerra preventiva e che - in fondo - il «modello iracheno» (dove si viaggia a una media di cento morti al giorno) non è stato altro che l'innalzamento all'ennesima potenza del «modello Palestina » (occupazione militare, più kamikaze).

Che, insomma, la guerra divampa ovunque e dappertutto cancella la politica. Ma sarebbe letale rassegnarsi e ridurre quest'ultima a un puro corredo dell'impero delle armi o a un esercizio estetico di propagande o polemiche parlamentari.

In fondo tutto quel dispiegamento di diplomatici, con migliaia di poliziotti a corredo, a qualcosa dovrebbe pur servire. Il dubbio è tutto questo a Roma è servito a ben poco. E che nonostante le formali soddisfazioni di rito, i nostri governanti si stanno riducendo a una parodia di Cavour: dicono che siamo un «grande paese », e poi si accontentano di un sorriso di Condy Rice, inchinandosi al suo cospetto.

Se chi si assume l'onere di considerarsi parte del governo del mondo non strappa nemmeno il minimo - un cessate il fuoco in Libano e in Palestina - restano due possibilità: o non si conta nulla o ci si allinea volentieri.

La rassegnazione spacciata per realismo è una brutta cosa.

Almeno i francesi non fingono di essere soddisfatti e si lamentano. Noi no, noi ci raccontiamo d’aver assunto un ruolo internazionale. Pazienza se nel concreto quel «ruolo» non produce nulla, l'importante è accontentarsi di ciò che passa il convento americano e annunciare «passi in avanti». Dove vadano quei passi non si sa: ciò che si vede è solo la prosecuzione di conflitti fuori controllo. Persino un loro allargamento.

E la forza internazionale da dispiegare nel Libano, secondo gli intendimenti emersi nel summit di Roma, potrebbe – paradossalmente, ma non tanto - alimentarli fino a farli degenerare nel «modello iracheno», in assenza di una tregua immediata. Il realismo dei vincoli internazionali cui saremmo legati si traduce in puro velleitarismo, non produce alcun condizionamento positivo

dell'azione degli «alleati »: non è successo in Iraq, non succederà in Afghanistan, non accadrà in Medio Oriente.

Vero realismo sarebbe smarcarsi dal gioco, rompere con le politiche di guerra, litigare con gli americani e diventare un punto di riferimento per un'altra politica internazionale fatta di mediazioni, coinvolgendo nel confronto anche i più «cattivi» e facendoli sedere attorno a un tavolo: sarebbe una splendida corruzione in chiave democratica degli integralismi che si combattono. Certo, ci perderemmo il sorriso di Condy Rice. Ma pazienza... (Gabriele Polo da Il Manifesto).
 

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