In Libano la guerra imperversa,
centinaia di morti, profughi a migliaia, città sotto
tiro. La ONU è bombardata ormai anche fisicamente:
politicamente lo è da anni. A Gaza è mattanza pura,
ma abbiamo già fatto l'abitudine.
L'esercito israeliano è in
difficoltà e comincia a contare le sue vittime.
Il summit romano dei potenti non è
andato al di là d’una dichiarazione d'intenti, il
cui unico punto che - forse - potrà essere messo
rapidamente in pratica riguarda gli aiuti umanitari
(ammesso che riescano a superare i posti di blocco).
Nessun documento che impegni davvero,
tanto meno quel cessate il fuoco che Prodi anelava e
che la Rice ha cassato dal confronto. Intanto i
pacifisti sono in vacanza e il nodo mediorientale
per quella che il New York Times aveva chiamato «la
seconda potenza mondiale» è troppo spinoso.
Questo è lo stato delle cose, molto
crudo. Si dirà che era tutto ampiamente previsto,
che la polveriera medio orientale non poteva che
alimentarsi di nuovo col fuoco, nell'era della
guerra preventiva e che - in fondo - il «modello
iracheno» (dove si viaggia a una media di cento
morti al giorno) non è stato altro che
l'innalzamento all'ennesima potenza del «modello
Palestina » (occupazione militare, più kamikaze).
Che, insomma, la guerra divampa
ovunque e dappertutto cancella la politica. Ma
sarebbe letale rassegnarsi e ridurre quest'ultima a
un puro corredo dell'impero delle armi o a un
esercizio estetico di propagande o polemiche
parlamentari.
In fondo tutto quel dispiegamento di
diplomatici, con migliaia di poliziotti a corredo, a
qualcosa dovrebbe pur servire. Il dubbio è tutto
questo a Roma è servito a ben poco. E che nonostante
le formali soddisfazioni di rito, i nostri
governanti si stanno riducendo a una parodia di
Cavour: dicono che siamo un «grande paese », e poi
si accontentano di un sorriso di Condy Rice,
inchinandosi al suo cospetto.
Se chi si assume l'onere di
considerarsi parte del governo del mondo non strappa
nemmeno il minimo - un cessate il fuoco in Libano e
in Palestina - restano due possibilità: o non si
conta nulla o ci si allinea volentieri.
La rassegnazione spacciata per
realismo è una brutta cosa.
Almeno i francesi non fingono di
essere soddisfatti e si lamentano. Noi no, noi ci
raccontiamo d’aver assunto un ruolo internazionale.
Pazienza se nel concreto quel «ruolo» non produce
nulla, l'importante è accontentarsi di ciò che passa
il convento americano e annunciare «passi in
avanti». Dove vadano quei passi non si sa: ciò che
si vede è solo la prosecuzione di conflitti fuori
controllo. Persino un loro allargamento.
E la forza internazionale da
dispiegare nel Libano, secondo gli intendimenti
emersi nel summit di Roma, potrebbe –
paradossalmente, ma non tanto - alimentarli fino a
farli degenerare nel «modello iracheno», in assenza
di una tregua immediata. Il realismo dei vincoli
internazionali cui saremmo legati si traduce in puro
velleitarismo, non produce alcun condizionamento
positivo
dell'azione degli «alleati »: non è
successo in Iraq, non succederà in Afghanistan, non
accadrà in Medio Oriente.
Vero realismo sarebbe smarcarsi dal
gioco, rompere con le politiche di guerra, litigare
con gli americani e diventare un punto di
riferimento per un'altra politica internazionale
fatta di mediazioni, coinvolgendo nel confronto
anche i più «cattivi» e facendoli sedere attorno a
un tavolo: sarebbe una splendida corruzione in
chiave democratica degli integralismi che si
combattono. Certo, ci perderemmo il sorriso di Condy
Rice. Ma pazienza... (Gabriele Polo da Il Manifesto).