Cos'è il dolore quando tutto intorno
è dolore? Quando la guerra spazza via ogni tentativo
di ridare alla vita la sua dignità, di riconsegnare
agli uomini il loro vero essere tali e non perenni
gladiatori votati alla ricerca della morte?
Il dolore è una reazione forte, a
volte anche una rassegnata difesa che ci portiamo
appresso per sopportare, per sopravvivere, per
continuare a vivere. E a raccontare.
Ad un congresso dell'ANPI una madre
abbracciò Alcide Cervi e gli disse che il suo dolore
era certamente più grande del proprio: lui aveva
perso sette figli, lei "solo" uno. Ma papà Cervi la
strinse a se e le disse che non era vero, che era la
stessa identica cosa: "Tu ne avevi uno, quello ti
hanno preso. Io ne avevo sette e sette me ne hanno
presi. Non c'è diversità".
Il racconto del vecchio
sopravvissuto della famiglia Cervi alla rappresaglia
fascista del Novembre del 1943 a Gattatico (Reggio
Emilia), è volto alla conservazione della memoria. "Difendo
la memoria dei miei figli e dei partigiani. Perciò
mi sono deciso a raccontare..." dice.
Sono sette ragazzi cresciuti nei
campi della pianura padana: Aldo è quello che legge
molto, che si interessa di Gorkij e Victor Hugo e si
abbona anche a riviste di agricoltura. Studia un
poco di agronomia e pensa, così, che forse occorre
livellare i campi per evitare la stagnazione
dell'acqua e migliorare il raccolto di erba medica.
Cosa che puntualmente avviene. C'è tanta povertà in
questo mondo contadino, ma c'è tanta fierezza e la
consapevolezza di quello che succede nell'Italia di
allora.
La dittatura fascista imperversa in
ogni dove e i fratelli Cervi sono profondamente
legati all'idea di libertà che Alcide insegna loro:
il padre li educa cristianamente, ma insegna a loro
che "... protestava Cristo e protestava Lenin, per
questo non bisogna mai avere paura". Così
disprezzano la violenza delle squadracce di
Mussolini e si danno all'attività clandestina
antifascista mentre le Case del Popolo bruciano
sotto i loro occhi, i libri che divulgano le idee
materialiste vengono gettati alle fiamme e così i
ritratti di Marx ed Engels.
L'aria della pianura si fa triste,
ma la vita scorre e la speranza che la guerra
finisca presto è in tutti gli uomini e le donne.
Mentre si compiono le efferatezze del regime
littorio, Ettore, Ovidio, Agostino, Ferdinando,
Aldo, Antenore e Gelindo lavorano attivamente per la
Resistenza, nelle fila comuniste. Si scambiano tra
loro le informazioni e mantengono contatti con le
nascenti formazioni partigiane.
Racconta Alcide Cervi che il 25
Luglio 1943 si trovavano nei campi quando giunse la
notizia che il Gran Consiglio del fascismo aveva
sfiduciato Mussolini e il re lo ha fatto arrestare a
Villa Savoia. I colori della terra, le spighe del
grano e le fronde degli alberi cambiano colore agli
occhi della libertà ritrovata. Sembra la notte della
presa della Bastiglia: si canta, si balla e ci si
illude per un attimo che la guerra sia veramente
finita, che la dittatura a breve sarà messa in
soffitta e che il popolo italiano troverà un nuovo
percorso di vita, magari democratica.
I Cervi e la gente del posto si
dirigono il giorno dopo al carcere San Tommaso e
chiedono la liberazione degli antifascisti reclusi:
escono visi sofferenti, sono ossa che camminano e
cadono nelle braccia di quelli che si sentono uomini
liberi. Aldo riporta un poco tutti alla realtà e
ricorda la frase del Maresciallo Badoglio, nuovo
capo del Governo Italiano: "...la guerra continua a
fianco dei tedeschi...". Ma lo stesso pragmatico
Aldo non riesce ad affidarsi al pessimismo e propone
al padre di offrire una pastasciutta a tutto il
paese. La farina l'hanno in casa, il formaggio lo
prendono alla latteria e lo scambiano con il burro e
fanno quintali di pasta insieme ad altre famiglie.
Anche i carabinieri regi si mettono a mangiare: i
fascisti sono spariti come gli assassini nella
torbida notte avvolta da una nebbia storica fatta di
massacri e genocidi. Ma è una sparizione momentanea,
in attesa che sul tricolore campeggi l'aquila
imperiale di Roma...
I fratelli Cervi danno ospitalità a
numerosi combattenti per la libertà, e la lotta
partigiana si intensifica. Ma la liberazione tarda a
venire: gli Alleati anglo-americani sono fermi sulla
linea Gustav e sembra non si muovano di un
millimetro.
La Repubblica di Salò, fantoccio
statale di Hitler, ripristina repentinamente il
fascismo decaduto e chiama alle armi tutti i giovani.
Chi diserta, chi va sui monti e la
Resistenza prende corpo: si formano i GAP (Gruppi di
Azione Partigiana) che agiscono nelle città e i
Comandi del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale).
Nella casa dei Cervi i prigionieri
di guerra ospitati sono circa una trentina. Lo
stesso Alcide ammette che sono troppi e dice ai
figli che l'ordine del CLN è di far sfollare i
prigionieri, poiché i rischi di rappresaglie
fasciste sono concreti. Ma è sempre Aldo a prendere
in mano la situazione: al padre dice che ormai il
rischio c'è e che i prigionieri tanto vale che
restino nel reggiano a combattere con i partigiani.
È in quel frangente, alla fine del
Novembre del '43, che Aldo rivede una sua cara amica,
Lucia e le chiede di insegnargli una canzone: "Ché
se mi fucilano voglio cantarla prima di morire". La
ragazza gli risponde inquieta: "La canzone te la
insegno, ma per vivere", ricorda Alcide Cervi.
E qui si posano le parole quasi
profetiche di Aldo: "Vorrei tanto vivere e tanto
amare, ma viene il tempo che a ciascuno verrà
chiesto il massimo".
Lucia scherza un poco su queste
parole. Tenta di sdrammatizzare e insegna ad Aldo la
canzone che chiama il proletariato all'unità e non
più alla divisione d'un tempo quando nella Comune di
Parigi la borghesia schiacciò nel sangue il primo
esperimento di governo operaio e socialista.
Dalla casa dei Cervi partono gli
ultimi prigionieri: restano due russi, un inglese,
un sudafricano e un australiano. I fascisti lanciano
ai Cervi molti avvertimenti: li minacciano e fanno
capire loro che la resa dei conti si avvicina.
Quel Novembre è fatto di pioggia a
dirotto: è la sera del 25. In casa dormono tutti
mentre fuori vengono sparati dei colpi di fucile e
il bestiame si sveglia. Una voce fa comprendere a
tutti cosa succede: "Cervi, arrendetevi!".
Ma i fratelli non solo non si
arrendono, prendono in mano le armi. La madre dei
ragazzi, Genoveffa si è rimpicciolita in un angolo
di una stanza, muta e pallida e tenta di calmare a
poco a poco i bambini.
Aldo ha un mitra e fa fuoco sui
fascisti. Un fuoco che dura pochi minuti. Le
munizioni finiscono, la rabbia cresce: le camicie
nere danno fuoco alle stalle. Papà Cervi vorrebbe
scendere e affrontare gli squadristi, ma Aldo lo
frena pensando alle donne e ai bambini...
"Meglio arrendersi", dice al padre.
Racconta Alcide: "Così scendiamo le scale, piano per
l'ultima volta. Le donne si aggrappano alle spalle
degli uomini, qualcuno piange. Agostino prende in
braccio il suo bambino e lo bacia". Con sangue
freddo Aldo riunisce tutti nell'aia e ordina ai
fratelli di non prendersi nessuna responsabilità.
Toccherà a lui e a Gelindo questo compito. I
fascisti asseragliati attorno alla cascina sono una
cinquantina. Fanno salire sui camion i sette
fratelli e il padre.
Antenore si raccomanda ai suoi tre
figlioli: "Non lasciate mai la mamma sola, e non
fate arrabbiare la nonna. Papà torna presto".
Una bellissima canzone dei "Gang"
("La pianura dei sette fratelli") ritrae questo
momento: "Nuvola, lampo e tuono, non c'è perdono per
quella notte / che gli squadristi vennero e via li
portarono coi calci e le botte. Avevano uno sguardo
/ e degli abbracci quello più forte / avevano lo
sguardo quello di chi va incontro alla morte...".
Il più vecchio dei fratelli ha 42
anni, il più giovane soltanto 22.
Quando aprono la porta della loro
cella, i fascisti urlano che escano fuori. Alcide
esce in testa ma le camicie nere lo ricacciano
indietro. "Tu che vuoi, sei vecchio!". "Sono il
capofamiglia, e voglio stare insieme ai miei figli".
L'esecuzione viene rimandata di un giorno.
All'alba fanno uscire i sette
giovani con la scusa di condurli a Parma per il
processo. Alcide fa appena in tempo a salutarli e
rimane solo nella cella. Lo rinchiudono così insieme
ad un avvocato antifascista, Manlio Mariani e ad
altri "contrari al regime". A queste persone Alcide
Cervi racconta come sono andate le cose: racconta
anche del rifiuto dei suoi figli di entrare a far
parte della Guardia Repubblicana fascista. Si dice
certo che se li condurranno in Germania a lavorare
supereranno le privazioni e le fatiche.
"I mie figli sono contadini forti",
dice all'avvocato. "Torneranno".
Non sarà purtroppo così: li
conducono invece al tiro a segno che c'è nelle
vicinanze. Prima dell'esecuzione uno di loro si
toglie il maglione. Lo sentono dire che potrà
servire a qualcun'altro se non sarà forato dalle
pallottole...
Poi un velo di ghiaccio cala sulla
pianura, sulla casa e su papà Cervi che viene
lasciato libero di tornare a casa. I suoi figlioli
sono stati freddati dal plotone. Alcide abbraccia
quello che resta della grande famiglia e la moglie
comprende ciò che è accaduto: "I nostri figli non
torneranno più. Sono stati fucilati tutti e sette."
dice al marito.
Lui, attonito, smarrito, comprende
allora che Aldo e i suoi sei fratelli sono stati
assassinati dai fascisti. Piange papà Cervi e le sue
lacrime segnano uno spartiacque netto: la fine della
speranza, la fine di tutto. Tutto, infatti, sembra
crollato, distrutto, annichilito e sepolto sotto un
cumulo di macerie morali e materiali.
"Le nuore mi si avvicinarono, e io
piansi i figli miei. Poi, dopo il pianto, dissi:
Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti".
Un anno dopo la tragedia dei sette
fratelli Cervi, la madre Genoveffa, distrutta dal
dolore, muore. Alcide rimane ancora più solo e resta
lui, memoria ferma e sicura, a raccontare ai nipoti
perché i loro padri e i loro zii sono morti. Perché
non hanno accettato di piegarsi alla dittatura
fascista, perché erano antifascisti e comunisti.
Sandro Pertini scriverà che la
storia dei fratelli Cervi è "una testimonianza della
perennità dei valori della Resistenza, fondamento
del nostro consorzio civile". (Marco Sferini –
L’Ernesto).