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S T A M P A  E S T E R A

L'Avana. 28 settembre 2006

Gli immigranti sono il 12,4% della popolazione degli USA

• Lo ha rivelato  un recente censimento

DAVID BROOKS

Anche se il dibattito politico su una riforma migratoria continua ad essere stagnante, la presenza degli immigranti negli Stati Uniti si incrementa e si allarga geograficamente per tutto il paese, rappresentando attualmente il 12,4% della popolazione nazionale, cioè, 35,7 milioni, con un aumento di quasi 5 milioni d’abitanti negli ultimi cinque anni, dicono i nuovi dati ufficiali.

In questa realtà si sta generando una diversificazione sociale che cambia la complessità sociale in quasi tutti gli angoli del paese e nutre le tensioni che inquinano il dibattito politico nazionale sul tema migratorio.

L’Ufficio del Censimento degli Stati Uniti riporta che il numero degli immigranti non solo è cresciuto, ma che la loro presenza si è allargata nella geografia statunitense ben al di là degli stati dove tradizionalmente erano concentrati. Gli immigranti sono la parte crescente della popolazione in 46 dei 50 stati e nella capitale.

Il Sondaggio delle Comunità Americane è un conteggio annuo effettuato dell’Ufficio del Censimento per attualizzare le rilevazioni statistiche decennali e si esegue in comunità con  più di 65 mila persone. Si limita alla popolazione che vive nelle case, escludendo prigioni, scuole, forze armate, ecc.; cioè, non registra il totale della popolazione.

I risultati del sondaggio del 2005 diffusi registrano che tra la popolazione nata all’estero, i messicani rappresentano il 30,7% e i latinoamericani (includendo i messicani) rappresentano il 53,3%. Stabilisce anche che i latini continuano ad aumentare come la minoranza più numerosa degli USA, rappresentando il 14,5% del totale della popolazione (i negri sono il 12,8%).

Altri risultati mostrano che la California, New York, il Texas e la Florida continuano ad essere le sedi più frequenti della popolazione emigrante.

Altri stati con ondate migratorie più recenti, registrano una forte crescita nella loro popolazione immigrante: per esempio la  Carolina del Sud è cresciuta del un 47% dal 2000, più di ogni altro stato. La presenza latina si è incrementata del 48% anche in Arkansas e solo in due stati si è incrementata la percentuale della popolazione bianca: West Virginia e Hawaii.

Questi dati dimostrano, dicono gli esperti, la dispersione degli immigranti e delle nuove minoranze in regioni del paese che prima non vivevano quest’esperienza demografica.

“Quel che stiamo osservando adesso è una diffusione delle nuove minoranze in nuove destinazioni”, ha dichiarato lo specialista  in demografia William Frey, del Brookings Institution al Los Angeles Times.

In Georgia, dov’era già forte la crescente presenza degli immigranti, il numero dei residenti nati all’estero è arrivato al 9% della popolazione dello stato, dal 7,2% del 2000.

Secondo Jeffrey Passell, del Pew Hispanic Center, che ha analizzato questi nuovi dati, il 58% degli immigranti negli USA dal 2000 si è concentrato in cinque degli Stati a destinazione tradizionale (a parte di quelli menzionati prima, va incluso l’Illinois), ma il 24% si è stabilito in Stati che hanno registrato una marcata crescita della loro popolazione immigrante, come la Georgia, il Massachusset e lo Stato di Washington.

Il Connecticut, il Minnesota, l’Alabama, la Carolina del Sud, il Missouri, il Kentucky, l’Ohio, la Pennsylvania e il Nevada, ha informato il New York Times, hanno una presenza dell’11% di immigranti molto recenti.

Il volto degli Stati Uniti sta cambiando e presto, per via del flusso migratorio,  lo spagnolo, come il cinese, l’arabo e decine d’altre lingue si udranno  dal profondo sud sino al nord ovest, dalla costiera a nord-est e sino al Pacifico.

La presenza sempre più numerosa e diversificata di immigranti, secondo alcuni esperti, sta elevando il tema migratorio ad un punto prioritario nel dibattito politico nazionale.

Tutto indica che questo non cambierà in un futuro prossimo. Una ricerca dell’Istituto delle Politiche migratorie (MPI in inglese) conclude che se la immigrazione rimane ai livelli attuali, gli immigranti e i loro figli rappresenteranno tutta la crescita della forza-lavoro statunitense negli anni tra il 2010 e il 2030.

Tutto questo ha rafforzato il dibattito sulla riforma migratoria, che ristagna per via delle manovre dei legislatori repubblicani conservatori, mentre si  stanno realizzando 21 dibattiti pubblici in diversi luoghi del paese, con le tematiche centrali sulla minaccia alla sicurezza, l’economia e le garanzie sociali per l’immigrazione.

Il rappresentante federale Charlie Norwood, uno dei leader di questa fazione anti-immigrante maggioritaria nella Camera dei Rappresentanti, ha risposto alle critiche dei gruppi latini che non sono stati invitati a partecipare ad un’udienza a Gainsville, in Georgia ed ha dichiarato: “Quello che desideravo erano testimoni che fossero d’accordo con me, non che stessero in disaccordo con me”. Durante l’incontro pubblico ha fatto una dichiarazione: il progetto di riforma migratoria limitata approvato dal Senato: “È la peggior legislazione che ho visto in 12 anni nella Camera dei Rappresentanti. Potete essere sicuri che non si trasformerà in legge, non permetteremo che ciò accada”, ha riportato il giornale locale, Access North Georgia.

Le elezioni legislative di novembre si avvicinano e molti analisti credono che Norwood potrebbe avere ragione e che è ogni volta meno probabile che si possa approvare una riforma migratoria integrale quest’anno.

Nel frattempo, gli immigranti continuano a ricevere minacce, ad essere sfruttati, trattati con violenza e umiliati in questo paese che si proclama la nazione degli immigranti. Però con o senza riforma, la realtà è che questo paese, lo voglia o no, si sta trasformando da costa a costa per la presenza degli immigranti. (La Jornada).
 

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