11 settembre,
cinque anni dopo: Il fallimento di Bush
AUGUSTO ZAMORA
L’11 settembre di cinque anni fa,
l’umanità venne scossa dalla maggiore e più
complessa azione terroristica mai realizzata. Aerei
di linea civili si schiantarono contro due
emblematici grattacieli di New York, provocando il
loro crollo e quello di sette altri edifici.
L’attentato ebbe un effetto psicologico collaterale:
fece scomparire la sensazione di invulnerabilità che
avevano gli Stati Uniti.
La prima reazione degli USA all’estero
fu l’invasione dell’Afganistan, nello stesso anno.
Un’azione illegale, secondo il diritto
internazionale, dall’enorme contenuto geopolitico,
poichè servì a Washington per penetrare in Asia
Centrale e stabilire basi militari nello spazio ex
sovietico. Non esisteva nessun rapporto tra il
regime dei taleban e gli autori degli attentati, ma
l’Afganistan era una vittima facile e, soprattutto,
un paese strategico in termini geopolitici.
Ma lì niente è stato facile. La
tenacia dei deposti taleban, come dimostra il fatto
che, pochi giorni fa, il capo dell’Organizzazione
del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO la sigla
in inglese), sostituta degli USA nella guerra
afgana, ha chiesto più soldati e materiale militare,
dimostra la portata della resistenza.
All’invasione dell’Afganistan è
seguita quella dell’Iraq, sfociata in un disastro
militare, una debacle politica e un’ecatombe
umanitaria. Più di 200.000 iracheni sono morti, il
paese è distrutto e la situazione militare si è
impantanata, al punto che gli USA si sono visti
obbligati a inviare 14.000 soldati in più per
detenere l’escalation dell’attività guerrigliera. I
fatti smentiscono quanto sostenuto a parole, nel
senso che la situazione irachena stava migliorando.
In agosto sono stati uccisi 59 soldati delle truppe
d’occupazione, contro i 36 di luglio, cifre che
possono risultare incomplete perchè, secondo quel
che si sa, circa il 30% dei soldati – la maggior
parte latinoamericani – non posseggono nazionalità
statunitense ed il comando militare usa questo
tecnicismo per non contabilizzare come perdite
proprie i morti ed i feriti non statunitensi.
Guerre che sono risultate un fiasco
militare ed hanno lasciato un mondo più incerto e
instabile. In questo senso, la guerra contro il
terrorismo dichiarata dall’Amministrazione Bush è
servita soltanto a distruggere l’ordine giuridico
internazionale ed a promuovere una corsa agli
armamenti a livello mondiale. Ha inoltre provocato
un forte innalzamento dei prezzi del petrolio, che
ha colpito soprattutto i paesi poveri non produttori,
aumentando la miseria nel mondo e aggiungendo
inflazione ed alti gradi di volatilità all’economia
mondiale.
La lotta al terrorismo ha portato
anche, negli USA ed in altri paesi, all’approvazione
di leggi che violano gravemente i più sacri
presupposti dei diritti umani. La lista delle
violazioni è lunga, ma spiccano il "Patriot Act",
campi di concentramento come quello di Guantánamo,
l’allestimento di carceri segrete (riconosciute da
Bush), il sequestro di sospetti e la riduzione delle
libertà fondamentali. La lotta al terrorismo sta
servendo come un pretesto, secondo quanto hanno
denunciato diversi organi dell’ONU, che permetta
agli USA di violare questi diritti, in fin troppi
casi con conseguenze letali.
I risultati pratici della lotta al
terrorismo diretta da Washington sono più che
scoraggianti.
Secondo il rapporto pubblicato
annualmente dal Dipartimento di Stato sul terrorismo
nel mondo e presentato nell’aprile scorso, nel 2005
si sono prodotti circa 11.000 attacchi terroristici
in tutto il mondo, provocando la morte di 14.600
persone. Se si considera che nel 2004 si sono
verificati 651 attentati terroristici "significativi",
con un saldo di 1.907 morti, il rapporto del 2006
moltiplica per 23 il numero degli attacchi
terroristici e per otto il numero delle vittime,
cifre che rendono superflua qualsiasi valutazione
sull’efficacia della politica antiterroristica dell’Amministrazione
Bush.
In altre parole, la politica
antiterroristica di Bush ha compiuto il miracolo di
moltiplicare il terrorismo come se si trattasse di
pani e pesci, trasformandolo da fenomeno residuale e
quasi figurativo a fenomeno internazionale,
soprattutto nei paesi che ha invaso, come Iraq ed
Afganistan.
Washington, a cinque anni dagli
attentati contro le Torri Gemelle, è più isolata e
debole che mai, risultato naturale di una politica
violenta ed illegale e, soprattutto,
controproducente ed inutile. Un bilancio desolante,
tenendo conto delle immense risorse investite dagli
USA, politiche, economiche e militari, chiaro
segnale del suo declino come superpotenza mondiale.
Il sogno del dominio globale, com’è successo ad
altri imperi che lo hanno preceduto, ha finito per
causare l’effetto inverso: accelerare il suo declino
e puntellare il potere delle potenze emergenti. Non
si è prodotta nessuna fine della storia. Solamente
un punto e a capo. (Argenpress)