Prigionieri Politici dell'Impero| MIAMI 5  

    

S T A M P A   E S T E R A

L'Avana. 11 settembre 2006

11 settembre, cinque anni dopo: Il fallimento di Bush

AUGUSTO ZAMORA

L’11 settembre di cinque anni fa, l’umanità venne scossa dalla maggiore e più complessa azione terroristica mai realizzata. Aerei di linea civili si schiantarono contro due emblematici grattacieli di New York, provocando il loro crollo e quello di sette altri edifici. L’attentato ebbe un effetto psicologico collaterale: fece scomparire la sensazione di invulnerabilità che avevano gli Stati Uniti.

La prima reazione degli USA all’estero fu l’invasione dell’Afganistan, nello stesso anno. Un’azione illegale, secondo il diritto internazionale, dall’enorme contenuto geopolitico, poichè servì a Washington per penetrare in Asia Centrale e stabilire basi militari nello spazio ex sovietico. Non esisteva nessun rapporto tra il regime dei taleban e gli autori degli attentati, ma l’Afganistan era una vittima facile e, soprattutto, un paese strategico in termini geopolitici.

Ma lì niente è stato facile. La tenacia dei deposti taleban, come dimostra il fatto che, pochi giorni fa, il capo dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO la sigla in inglese), sostituta degli USA nella guerra afgana, ha chiesto più soldati e materiale militare, dimostra la portata della resistenza.

All’invasione dell’Afganistan è seguita quella dell’Iraq, sfociata in un disastro militare, una debacle politica e un’ecatombe umanitaria. Più di 200.000 iracheni sono morti, il paese è distrutto e la situazione militare si è impantanata, al punto che gli USA si sono visti obbligati a inviare 14.000 soldati in più per detenere l’escalation dell’attività guerrigliera. I fatti smentiscono quanto sostenuto a parole, nel senso che la situazione irachena stava migliorando. In agosto sono stati uccisi 59 soldati delle truppe d’occupazione, contro i 36 di luglio, cifre che possono risultare incomplete perchè, secondo quel che si sa, circa il 30% dei soldati – la maggior parte latinoamericani – non posseggono nazionalità statunitense ed il comando militare usa questo tecnicismo per non contabilizzare come perdite proprie i morti ed i feriti non statunitensi.

Guerre che sono risultate un fiasco militare ed hanno lasciato un mondo più incerto e instabile. In questo senso, la guerra contro il terrorismo dichiarata dall’Amministrazione Bush è servita soltanto a distruggere l’ordine giuridico internazionale ed a promuovere una corsa agli armamenti a livello mondiale. Ha inoltre provocato un forte innalzamento dei prezzi del petrolio, che ha colpito soprattutto i paesi poveri non produttori, aumentando la miseria nel mondo e aggiungendo inflazione ed alti gradi di volatilità all’economia mondiale.

La lotta al terrorismo ha portato anche, negli USA ed in altri paesi, all’approvazione di leggi che violano gravemente i più sacri presupposti dei diritti umani. La lista delle violazioni è lunga, ma spiccano il "Patriot Act", campi di concentramento come quello di Guantánamo, l’allestimento di carceri segrete (riconosciute da Bush), il sequestro di sospetti e la riduzione delle libertà fondamentali. La lotta al terrorismo sta servendo come un pretesto, secondo quanto hanno denunciato diversi organi dell’ONU, che permetta agli USA di violare questi diritti, in fin troppi casi con conseguenze letali.

I risultati pratici della lotta al terrorismo diretta da Washington sono più che scoraggianti.

Secondo il rapporto pubblicato annualmente dal Dipartimento di Stato sul terrorismo nel mondo e presentato nell’aprile scorso, nel 2005 si sono prodotti circa 11.000 attacchi terroristici in tutto il mondo, provocando la morte di 14.600 persone. Se si considera che nel 2004 si sono verificati 651 attentati terroristici "significativi", con un saldo di 1.907 morti, il rapporto del 2006 moltiplica per 23 il numero degli attacchi terroristici e per otto il numero delle vittime, cifre che rendono superflua qualsiasi valutazione sull’efficacia della politica antiterroristica dell’Amministrazione Bush.

In altre parole, la politica antiterroristica di Bush ha compiuto il miracolo di moltiplicare il terrorismo come se si trattasse di pani e pesci, trasformandolo da fenomeno residuale e quasi figurativo a fenomeno internazionale, soprattutto nei paesi che ha invaso, come Iraq ed Afganistan.

Washington, a cinque anni dagli attentati contro le Torri Gemelle, è più isolata e debole che mai, risultato naturale di una politica violenta ed illegale e, soprattutto, controproducente ed inutile. Un bilancio desolante, tenendo conto delle immense risorse investite dagli USA, politiche, economiche e militari, chiaro segnale del suo declino come superpotenza mondiale. Il sogno del dominio globale, com’è successo ad altri imperi che lo hanno preceduto, ha finito per causare l’effetto inverso: accelerare il suo declino e puntellare il potere delle potenze emergenti. Non si è prodotta nessuna fine della storia. Solamente un punto e a capo. (Argenpress)

 

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