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Fito Páez assiste alla proiezione
de Le mani al piano
• Il documentario di 75 minuti
che si proietta nel 31 Festival del Cinema
Latinoamericano di L’Avana penetra nella relazione
di Fito con il piano, uno strumento essenziale nella
sua formazione come musicista
Yelanys Hernández Fusté
Fito Páez in ultima fila. Fernando Rubio e Gastón
Palus in quella davanti alla kia. Regista e
produttore ascoltavano il cantante rivivere in ogni
sequenza riprodotta nel grande schermo del cinema La
Rampa. Anche tutti gli assistenti.
Le risate nelle scene più intime o i commenti quando
qualche famigliare appariva nelle immagini, si
sentivano dietro la mia poltrona. È che si è creato
un felice slittamento del tempo martedì scorso, con
il documentario che commemora un singolare momento
della vita creativa di Fito Páez.
Ed è così che si svolge Le mani al piano, un
materiale che ha captato l’artista proprio mentre
stava concependo canzoni e si faceva accompagnare da
accordi di un piano, per metterle in un disco
chiamato Rodolfo.
Il documentario, che si proietta nel 31 Festival del
Nuovo Cinema Latinoamericano, penetra, nei suoi 75
minuti, nella relazione di Fito con il piano, uno
strumento essenziale nella sua formazione di
musicista.
“È stato il mio primo amico”, ha affermato Páez di
fronte alla camera riferendosi al Foster che aveva
in casa, lasciandoci intendere che il film è un
omaggio a tutti questi anni insieme.
Però il proposito è stato ancora più grande per il
regista e lo staff. Si trattava di illustrate quanto
ha significato la musica nella vita dell’autore di
11 e 6 e Yo vengo a ofrecer mi corazón. Le immagini
mostrano le influenze che egli incontrò nei dischi
che collezionava suo padre, la sempre presente
storia di sua madre nella musica, e le lezioni del
suo maestro e vicino.
“La verità è che le canzoni creano una grande
intimità e Fernando si integrò quando ancora non le
avevo finite. C’è una cosa molto curiosa che
successe (mentre si girava): le luci accese.
Sembrava un ospedale più che una sala di
registrazione. Però fu l’accordo che decidemmo prima
di cominciare e non ci diede mai fastidio”, ha
raccontato Páez.
Fito non era arrivato tanto lontano nel cinema.
Almeno non per essere il protagonista della sua
stessa storia. Per questo Fernando Rubio è riuscito
ad aggiungere a questo racconto la famiglia del
cantante, ed è sorprendente vedere come questi
“attori” che hanno un ruolo nella vita
dell’interprete, riproducano dettagli personali
dell’artista attraverso della fotografia e
l’esercizio della memoria.
Fernando definisce il film come “l’esperimento di un
uomo sull’altro”. E mette in chiaro che nelle
sequenze, la sua ammirazione per l’opera del
conosciuto cantante argentino, perché per lui è
stata la musica, attraverso le immagini, che hanno
condensato l’uomo.
Ed in esso, Gastón Pauls conviene. Si sente molto
orgoglioso del fatto che il documentario sia passato
“per i suoi occhi” e di averlo prodotto. Spera che
il film abbia un lungo tragitto. Nel frattempo, lo
emoziona che sia piaciuto a L’Avana, luogo nel quale
Páez è sempre accorso ad esibire i suoi film.
Non riesco a vedere Le mani…solo come la ripresa del
processo creativo di un fonogramma, che ha occupato
il suo protagonista per dieci mesi – tra giugno del
2007 e marzo del 2008.
Anche se Fito dice sempre che la sua arte continua e
che uscirà nel CD Confiá – al quale già sta
lavorando – o nel tour che comincerà il prossimo
marzo in tutta l’America ed in parte d’Europa. Le
mani sul piano è un documentario che ritrae il
musicista in un periodo di tempo così importante,
che ci rende un’immagine eterna. (Traduzione
Granma Int.)
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