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C U L T U R A

L'Avana. 10 Dicembre2009

Fito Páez assiste alla proiezione
de Le mani al piano
• Il documentario di 75 minuti che si proietta nel 31 Festival del Cinema Latinoamericano di L’Avana penetra nella relazione di Fito con il piano, uno strumento essenziale nella sua formazione come musicista

Yelanys Hernández Fusté

Fito Páez in ultima fila. Fernando Rubio e Gastón Palus in quella davanti alla kia. Regista e produttore ascoltavano il cantante rivivere in ogni sequenza riprodotta nel grande schermo del cinema La Rampa. Anche tutti gli assistenti.

Le risate nelle scene più intime o i commenti quando qualche famigliare appariva nelle immagini, si sentivano dietro la mia poltrona. È che si è creato un felice slittamento del tempo martedì scorso, con il documentario che commemora un singolare momento della vita creativa di Fito Páez.

Ed è così che si svolge Le mani al piano, un materiale che ha captato l’artista proprio mentre stava concependo canzoni e si faceva accompagnare da accordi di un piano, per metterle in un disco chiamato Rodolfo.

Il documentario, che si proietta nel 31 Festival del Nuovo Cinema Latinoamericano, penetra, nei suoi 75 minuti, nella relazione di Fito con il piano, uno strumento essenziale nella sua formazione di musicista.

“È stato il mio primo amico”, ha affermato Páez di fronte alla camera riferendosi al Foster che aveva in casa, lasciandoci intendere che il film è un omaggio a tutti questi anni insieme.

Però il proposito è stato ancora più grande per il regista e lo staff. Si trattava di illustrate quanto ha significato la musica nella vita dell’autore di 11 e 6 e Yo vengo a ofrecer mi corazón. Le immagini mostrano le influenze che egli incontrò nei dischi che collezionava suo padre, la sempre presente storia di sua madre nella musica, e le lezioni del suo maestro e vicino.

“La verità è che le canzoni creano una grande intimità e Fernando si integrò quando ancora non le avevo finite. C’è una cosa molto curiosa che successe (mentre si girava): le luci accese. Sembrava un ospedale più che una sala di registrazione. Però fu l’accordo che decidemmo prima di cominciare e non ci diede mai fastidio”, ha raccontato Páez.

Fito non era arrivato tanto lontano nel cinema. Almeno non per essere il protagonista della sua stessa storia. Per questo Fernando Rubio è riuscito ad aggiungere a questo racconto la famiglia del cantante, ed è sorprendente vedere come questi “attori” che hanno un ruolo nella vita dell’interprete, riproducano dettagli personali dell’artista attraverso della fotografia e l’esercizio della memoria.

Fernando definisce il film come “l’esperimento di un uomo sull’altro”. E mette in chiaro che nelle sequenze, la sua ammirazione per l’opera del conosciuto cantante argentino, perché per lui è stata la musica, attraverso le immagini, che hanno condensato l’uomo.

Ed in esso, Gastón Pauls conviene. Si sente molto orgoglioso del fatto che il documentario sia passato “per i suoi occhi” e di averlo prodotto. Spera che il film abbia un lungo tragitto.  Nel frattempo, lo emoziona che sia piaciuto a L’Avana, luogo nel quale Páez è sempre accorso ad esibire i suoi film.

Non riesco a vedere Le mani…solo come la ripresa del processo creativo di un fonogramma, che ha occupato il suo protagonista per dieci mesi – tra giugno del 2007 e marzo del 2008.

Anche se Fito dice sempre che la sua arte continua e che uscirà nel CD Confiá – al quale già sta lavorando – o nel tour che comincerà il prossimo marzo in tutta l’America ed in parte d’Europa. Le mani sul piano è un documentario che ritrae il musicista in un periodo di tempo così importante, che ci rende un’immagine eterna. (Traduzione Granma Int.)
 

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