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I corrispondenti più famosi della
Guerra Civile spagnola si citano a Roma
Hemingway, Dos Pasos, Saint-Exupéry, Cappa, Orwell o
Montanelli raccontavano per l’estero quello che
succedeva in Spagna in quel momento. Adesso una
mostra nella capitale italiana raccoglie quelle
peculiari visioni.
Furono
alcuni degli intellettuali che decisero di
raccontare ciò che stava succedendo in Spagna
durante la Guerra Civile, dalla prima linea di
fuoco.
Le
cronache scritte, le loro pubblicazioni nei diari
originali e le immagini degli scrittori,
intellettuali e figure fondamentali del giornalismo
e della letteratura arrivati da tutto il mondo nella
Spagna in necessità, si trovano in un’esposizione a
Roma organizzata dall’Istituto Cervantes ed
intitolata “Corrispondenti di Guerra nella Guerra di
Spagna”.
La
mostra rende onore alla frase dell’ispanista Hugh
Thomas “l’età d’oro dei corrispondenti di guerra fu
la Spagna e questo non si ripeterà nel corso del XX
secolo” perché si tratta “di un momento letterario
unico”, ha spiegato il commissario Carlos García
Santa Cecilia.
“Adesso
è molto difficile trovare un corrispondente con
queste caratteristiche capace di stare in prima
linea nella battaglia”, come mostra una fotografia
della località catalana di Puigcerdá nella quale i
giornalisti osservano da una trincea con il binocolo
l’avanzata dei soldati, riferisce. Ci furono grandi
primizie e grandi notizie, come la mattanza di
Badajoz da parte dei nazionali nel 1936 o il
bombardamento di Guernica nel 1937 da parte degli
aerei della Legione Cóndor tedesca.
La
mattanza di Badajoz convertì la guerra locale in
internazionale grazie all’americano Jay Allen del
Chicago Tribune che si accorse dell’entrata dei
nazionali a causa di un giornalista portoghese,
Mario Neves, il quale attraversò camminando la
frontiere da Elvas e raccontò l’accaduto nel Diario
de Lisboa.
Un
altro anglosassone, G.L. Steer, stava coprendo il
blocco del porto di Bilbao quando si produsse il
bombardamento di Guernica. Il giornalista vide gli
aerei tedeschi della Legione Cóndor ed il suo
articolo fu fondamentale perché la Germania negava
il suo coinvolgimento.
Però ci
furono anche esclusive nell’ambito nazionale. La
grande primizia di Franco fu la presa del Alcázar,
raccontata da Harold Cardozo per il Daily Mail e
Artur Portela per il Diario de Lisboa che narrarono
le gesta con il mito del figlio del generale
Moscardó e la famosa frase “L’Alcázar non si
arrende”, con grande ripercussione internazionale
nella stampa che appoggiava il caudillo.
Ci
furono anche interviste come quella realizzata a
Franco da Felix Correia del Diario de Lisboa nel
1936 quando tutto il mondo si chiedeva chi era
questo signore e che cosa voleva, e che ebbe una
grande eco negli Stati Uniti ed in Inghilterra.
“Ogni inviato è un mondo”, racconta l’ispanista Paul
Preston nel catalogo dell’esposizione.
Louis
Delaprée del conservativo Paris Soir “si ammazzava
per fare reportage, non glieli pubblicarono, si
stancò, volò a Parigi in aereo, lo abbatterono e
morì”, spiega.
Delaprée scrisse i primi articoli dei bombardamenti
di Madrid che successivamente servirono a Picasso
per le prime bozze di Guernica.
Herbert
Matthews, del New York Times scrisse delle brigate
internazionali, Saint-Exupéry, la Spagna
insanguinata, Hemingway i suoi famosi Reports, e
così si creò un tale interesse nazionale che tutti i
principali intellettuali andarono in Spagna.
Orwell e Barcellona
George
Orwell andò a Barcellona, dopo si allineò tra le
fila repubblicane e uscì dalla Spagna con uno sparo
alla gola, esperienza che gli servì per scrivere il
suo famoso Omaggio alla Catalogna (1938).
A
Montanelli, che stava con Franco, la sua cronaca
sull’entrata degli italiani a Santander costò il
posto, lo espulsero dal partito fascista italiano e
lo mandarono in Estonia. I media spacciavano come un
gesto di coraggio la presa della capitale
santanderina, e Montanelli raccontò che l’unico
nemico che incontrarono le truppe di Mussolini fu il
caldo.
Nella
mostra si vede una foto di un giovane Ehrenbug al
lato di un telefono, la sua unica via per
trasmettere visto che c’era una sola centralina
nella Telefonica della Gran Vía di Madrid. Di fronte
ad essa, i giornalisti si concentrarono nel mitico
hotel Florida, nella plaza del Callao di Madrid,
sulla quale Hemingway scrisse la sua unica opera di
teatro, e nella quale si rese famoso grazie alla sua
enorme riserva di alimenti, mentre altri
conservavano bottiglie di liquori.
Di
notte grandi feste e di giorno, dall’edificio della
Telefonica, i corrispondenti vedevano la guerra
dall’altro lato del Manzanares, da dove entravano i
nazionali e trasmettevano la cronaca. Però fu il New
York Times l’unico a consacrarsi come il grande
periodico internazionale, perché fu l’unico che ebbe
un corrispondente in ogni luogo con un’informazione
propria. (Traduzione Granma Int.)
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