Prigionieri Politici dell'Impero| MIAMI 5

    

C U L T U R A

L'Avana. 1 Dicembre2009

I corrispondenti più famosi della Guerra Civile spagnola si citano a Roma

Hemingway, Dos Pasos, Saint-Exupéry, Cappa, Orwell o Montanelli raccontavano per l’estero quello che succedeva in Spagna in quel momento. Adesso una mostra nella capitale italiana raccoglie quelle peculiari visioni.

Furono alcuni degli intellettuali che decisero di raccontare ciò che stava succedendo in Spagna durante la Guerra Civile, dalla prima linea di fuoco.

Le cronache scritte, le loro pubblicazioni nei diari originali e le immagini degli scrittori, intellettuali e figure fondamentali del giornalismo e della letteratura arrivati da tutto il mondo nella Spagna in necessità, si trovano in un’esposizione a Roma organizzata dall’Istituto Cervantes ed intitolata “Corrispondenti di Guerra nella Guerra di Spagna”.

La mostra rende onore alla frase dell’ispanista Hugh Thomas “l’età d’oro dei corrispondenti di guerra fu la Spagna e questo non si ripeterà nel corso del XX secolo” perché si tratta “di un momento letterario unico”, ha spiegato il commissario Carlos García Santa Cecilia.

“Adesso è molto difficile trovare un corrispondente con queste caratteristiche capace di stare in prima linea nella battaglia”, come mostra una fotografia della località catalana di Puigcerdá nella quale i giornalisti osservano da una trincea con il binocolo l’avanzata dei soldati, riferisce. Ci furono grandi primizie e grandi notizie, come la mattanza di Badajoz da parte dei nazionali nel 1936 o il bombardamento di Guernica nel 1937 da parte degli aerei della Legione Cóndor tedesca.

La mattanza di Badajoz convertì la guerra locale in internazionale grazie all’americano Jay Allen del Chicago Tribune che si accorse dell’entrata dei nazionali a causa di un giornalista portoghese, Mario Neves, il quale attraversò camminando la frontiere da Elvas e raccontò l’accaduto nel Diario de Lisboa.

Un altro anglosassone, G.L. Steer, stava coprendo il blocco del porto di Bilbao quando si produsse il bombardamento di Guernica. Il giornalista vide gli aerei tedeschi della Legione Cóndor ed il suo articolo fu fondamentale perché la Germania negava il suo coinvolgimento.

Però ci furono anche esclusive nell’ambito nazionale. La grande primizia di Franco fu la presa del Alcázar, raccontata da Harold Cardozo per il Daily Mail e Artur Portela per il Diario de Lisboa che narrarono le gesta con il mito del figlio del generale Moscardó e la famosa frase “L’Alcázar non si arrende”, con grande ripercussione internazionale nella stampa che appoggiava il caudillo.

Ci furono anche interviste come quella realizzata a Franco da Felix Correia del Diario de Lisboa nel 1936 quando tutto il mondo si chiedeva chi era questo signore e che cosa voleva, e che ebbe una grande eco negli Stati Uniti ed in Inghilterra. “Ogni inviato è un mondo”, racconta l’ispanista Paul Preston nel catalogo dell’esposizione.

Louis Delaprée del conservativo Paris Soir “si ammazzava per fare reportage, non glieli pubblicarono, si stancò, volò a Parigi in aereo, lo abbatterono e morì”, spiega.

Delaprée scrisse i primi articoli dei bombardamenti di Madrid che successivamente servirono a Picasso per le prime bozze di Guernica.

Herbert Matthews, del New York Times scrisse delle brigate internazionali, Saint-Exupéry, la Spagna insanguinata, Hemingway i suoi famosi Reports, e così si creò un tale interesse nazionale che tutti i principali intellettuali andarono in Spagna.

Orwell e Barcellona

George Orwell andò a Barcellona, dopo si allineò tra le fila repubblicane e uscì dalla Spagna con uno sparo alla gola, esperienza che gli servì per scrivere il suo famoso Omaggio alla Catalogna (1938).

A Montanelli, che stava con Franco, la sua cronaca sull’entrata degli italiani a Santander costò il posto, lo espulsero dal partito fascista italiano e lo mandarono in Estonia. I media spacciavano come un gesto di coraggio la presa della capitale santanderina, e Montanelli raccontò che l’unico nemico che incontrarono le truppe di Mussolini fu il caldo.

Nella mostra si vede una foto di un giovane Ehrenbug al lato di un telefono, la sua unica via per trasmettere visto che c’era una sola centralina nella Telefonica della Gran Vía di Madrid. Di fronte ad essa, i giornalisti si concentrarono nel mitico hotel Florida, nella plaza del Callao di Madrid, sulla quale Hemingway scrisse la sua unica opera di teatro, e nella quale si rese famoso grazie alla sua enorme riserva di alimenti, mentre altri conservavano bottiglie di liquori.

Di notte grandi feste e di giorno, dall’edificio della Telefonica, i corrispondenti vedevano la guerra dall’altro lato del Manzanares, da dove entravano i nazionali e trasmettevano la cronaca. Però fu il New York Times l’unico a consacrarsi come il grande periodico internazionale, perché fu l’unico che ebbe un corrispondente in ogni luogo con un’informazione propria. (Traduzione Granma Int.)
 

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