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A Panama
Anneris
Ivette Leyva
Nel quartiere panamense di El Chorillo ci furono più
gridi che case incendiate quando le strade furono
riempite da invasori yankee nel dicembre del 1989.
La stampa parlò di almeno 3.000 vittime e
innumerevoli perdite materiali, ma non fu mai
valutata la quantità dei sogni feriti a morte.
In quei giorni a Cuba si esclamò varie volte
“Solidarietà con Panama!” E fu tanto l’appoggio alla
nazione colpita, che la frase divenne portatrice di
speranza. Non ci fu nessuno in disaccordo quando il
Comandante in Capo Fidel Castro la suggerì come nome
per la scuola speciale dedicata ai bambini con
limitazioni fisico-motorie, unica nel suo tipo nel
paese.
Sono passati due decenni da quando l’adolescente
Yusimí tagliò il nastro dell’inaugurazione di quella
struttura e liberò le speranze.
Rallegrata per l’indipendenza acquisita in tanti
anni di apprendistato, si unì al banchetto di
chiusura e ai nuovi studenti, per commemorare il
ventesimo anniversario della sua eterna casa, dove
la volontà di insegnare e apprendere mette in dubbio
i limiti del possibile.
Convertire il difficile nel naturale ha
caratterizzato sempre il lavoro dell’istituzione
educativa, non in vano presente come referente del
Centro Latinoamericano per l’Educazione Speciale e
che ha meritato recentemente il Premio Le scarpette
rosa, consegnato dall’Organizzazione di Pionieri
José Martí.
Sognare senza ritardi
“Non toglietemi dalla mia scuola”, ha chiesto un
bambino ai suoi genitori e Esther La O Ochoa ha
sentito una stretta al cuore. Più di 15 anni come
direttrice della scuola speciale Solidarietà con
Panama non le hanno tolto l’intenso amore per ognuno
dei suoi studenti-figli, una gran parte dei 921
laureati nel Centro.
Di fronte a lei sono passati alunni con limitazioni
fisico-motorie di tutti gli angoli del paese, e di
nazioni come Venezuela, Uruguay, Cile e Ecuador, i
quali, dopo aver superato la scuola elementare e
media – ed addirittura la speciale – ed aver
ricevuto i servizi di fisiatria, psicologia,
logopedia e stomatologia, hanno lasciato il
personale per convertirsi in studenti di Informatica
e Medicina, o specialisti di Psicologia, di Diritto,
Biotecnologia etc…
Nella mia scuola il “io non posso” è bandito, ma
raggiungere l’assimilazione di questo concetto
necessita di un’assistenza sistematica integrale,
che include anche la terapia con i genitori.
Mezzo centinaio di docenti e poco meno assistenti di
famiglia contribuiscono al progetto di amore che
Esther puntualizza ringraziando più volte Fidel e la
Rivoluzione. Una coppia di giovani istruttori di
arte completa il gruppo incaricato di istruire gli
educandi, e di creare loro un ambiente di benessere
comparato solo – o a volte superiore – a quello
delle famiglie.
La direzione del gruppo valuta come un punto di
forza la stabilità del personale; “per questo
cerchiamo che, ogni giorno, i maestri ed il resto
dei lavoratori arrivino con il desiderio di
consegnarsi totalmente”.
A proposito del ventesimo anniversario di “Panama” –
come si chiama la scuola abitualmente – non hanno
tardato ad essere festeggiati i professori fondatori
Juana e Guillén; Marlen, cuoca di sempre, la
terapista occupazionale Teresita ed il fisiatra
Machuca.
Tanto i più sperimentati, quanto i novizi della
pedagogia speciale, hanno il merito di aver
sostenuto Yieisi e Claudia nel desiderio di ballare,
incluso quando le sue condizioni fisiche sembravano
negare loro questo diritto, o di appoggiare Rosaili
nella sua voglia di cantare ballate felici, anche
quando la vita le poteva sembrare grigia.
E tutti, i discepoli, i genitori e i maestri,
coincidono nel ringraziare la Rivoluzione,
specialmente Fidel l’opportunità insuperabile di
tornare a far vivere l’anima e rafforzare lo spirito
di coloro ai quali la natura ha imposto dure sfide.
(Traduzione Granma Int.)
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