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Grazie Cuba, per i tuoi 52 anni di
lotta!
Percy Francisco
Alvarado Godoy
Vigilia
di Natale 2009.
Che mi
perdonino, oggi, quelli che includo in questa breve
riflessione, in una sui generis notte di Natale,
che, dopo un bicchiere di vino economico, ma
confortante al punto da aprire il cuore, ci fa
pensare che saremo sempre indebitati con questa
bella terra che è stata patria di sognatori capaci
di rendere possibile qualsiasi sogno emancipatore a
furia di metterci l’anima e apprendere da Cuba il
meglio che ognuno si porta nei limitati meandri del
suo cuore.
Per
Cuba passarono decine di uomini di valore, molti dei
quali sognarono in ogni semplice e tranquilla strada
del Vedado o di una qualsiasi delle loro città, o in
quell’Avana eterna che entra, senza permesso, nella
mente delle persone e converte in realtà i sogni più
impossibili. Penso adesso a Daniel, che per fortuna
affronta la responsabilità di portare avanti la sua
amata Nicaragua, e tanti veri sandinisti, per
impastare in una notte come questa un mondo migliore
per i suoi cari. Penso in quel buon dominicano,
Caamaño di cognome, che versò il suo generoso sangue
per regalare alla sua Patria il seme della più degna
speranza. Penso a Jorge Ricardo e ad altri nomi
sconosciuti, che scommisero su quest’Isola fatta per
l’amore e per la lotta, come lo fecero per la loro
stessa patria.
Penso,
ovviamente, in tutti quelli che in te incontrarono,
Patria amata, un pezzo della nostra lontana terra,
sommessa ad un esilio doloroso ed educativo, e
offesa e calpestata dallo stivale dell’oppressore e
dal suo socio intervenzionista, Patria che ci
chiamava con urgenza. Non importa se fummo
guatemaltechi, salvadoregni, messicani, honduregni,
argentini, cileni, urugayani, o di qualsiasi luogo
del mondo, ma incontrammo in te la coperta della
madre necessaria e comprensiva.
Penso a
te, Hugo (perdonami se ti do del tu), a Evo, a te,
amico Joel Cazal, lottando per la vita e con il
privilegio di avere un figlio che vale per mille, a
Correa, ed infine, a tanta buona gente che Cuba ha
avuto la prerogativa di unire e rendere utile. Penso
a te, Mario Carranza, giovane guatemalteco che a 17
anni andasti alla Sierra per offrire, assieme a
Fidel, un mondo migliore. Penso anche a te, Jorge
Navarro, combattente della Colonna 1 che, senza
essere straniero, te ne andasti senza permesso per
sempre, facendomi ricordare che l’America ha sempre
avuto un soldato in te.
Grazie
Cuba per ospitare ognuno dei nostri sogni e
mantenerli vivi con te. Molti dei nostri amati
riposano nella tua terra fertile e generosa, come un
impegno per dar loro sepoltura in ogni angolo delle
nostre case, quando la libertà sarà il miglior
tributo che potremo offrir loro.
Qualche
giorno fa abbiamo dato l’addio a Merchi, a quella
argentina combattente e solitaria che è scappata
alle nostre mani per farsi grande nel ricordo. Così
dissi addio un giorno a mia madre, quasi 28 anni fa,
dicendo: Grazie Fidel, per permettermi di morire
nella tua terra! Cuba ha sempre avuto una strana
magia che ci fa sentirla nostra, tanto fino a non
farci pensare a nient’altro se non a donarci a lei,
senza chiederle nulla in cambio.
Passo
ore ed ore nella lotta quotidiana della difesa di
Cuba da quelli che la denigrano e l’attaccano. Oggi,
tuttavia, chiedo il permesso al mio cervello di dare
un’opportunità al cuore. Voglio portarmi avanti di
qualche giorno per celebrare il suo 52° compleanno.
Ho
umilmente dedicato 22 anni della mia vita
all’onorevole incarico di difenderti, Cuba, in una
trincea difficile e anonima, nella quale hanno
lottato assieme a me, senza che io lo sapessi,
Antonio, Ramón, Gerardo, René e Fernando. Lì ho
avuto il privilegio di non tradire mai quegli
ufficiali che, per rispetto alla mia nazionalità, mi
fecero giurare fedeltà alle idee, non con l’inno
nazionale cubano, ma con la marcia dell’America
Latina. Io sono tornato a casa mia, è vero, però
loro sono rimasti in un’indegna prigione ed in una
nuova battaglia, gigante, nella quale, però, neppure
io ho mai immaginato che potesse entrare tanta
dignità e tanta forza d’animo. Dopo tanti anni, godo
del privilegio del non averti mai tradito, Cuba
amata. Non è niente di straordinario. I miei
genitori e molti dei miei amici che se ne sono
andati semplicemente senza dire addio, avrebbero
fatto la stessa cosa. La stessa cosa avrebbe fatto
qualsiasi contadino o operaio cubano.
Mi
restano solamente due cose da dire.
La
prima è che conservo dentro di me l’enorme
privilegio di essere uno degli umili soldati della
truppa internazionalista latinoamericana, che sarà
per sempre guidata dal Che. Perché lui vivrà sempre,
un pochino, ripartito in mille pezzi, in ogni cuore
di noi che ti amiamo, Cuba cara. Ti abbiamo dato il
meglio di noi stessi, e ti chiediamo solo di contare
su di noi per la prossima battaglia.
La
seconda verità, e mi perdonino quelli per cui parlo
senza chiedere permesso, è che non ci sarà mai
miglior ricompensa e ringraziamento per quello che
ciascuno ha fatto, o che si faccia per Cuba, della
vita di ogni bambino delle nostre patrie salvato da
un medico cubano.
Datemi
del bugiardo, perchè ho ancora un po’ di vino nel
bicchiere, e ne approfitto per brindare a te, Fidel,
e per dirti che ti ringrazio infinitamente per
essere esistito e per continuare ad essere presente
nella lotta. Te lo dico in questa vigilia, nella
quale, senza smettere di sentire la mancanza del mio
lontano Guatemala, l’unica cosa che mi resta da
fare, è aspettare il tuo prossimo ordine di
combattimento.
E
soprattutto, grazie a te, Rivoluzione Cubana, per i
tuoi 52 anni, che un sessantenne con un po’ di vino
nel bicchiere, lo fai sempre sentire un ragazzo
quindicenne. (Traduzione Granma Int.)
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