|
I RACCONTI DEL PRESIDIO
La notte dei morti
Pablo de la
Torriente Brau
Un 19
dicembre, durante la guerra civile spagnola, il
Commissario Politico Pablo de la Torriente Brau,
giovane e brillante scrittore e giornalista cubano,
attivista comunista, moriva ucciso dal fascismo.
Per non
dimenticare, vale la pena leggere questo suo
racconto scritto dopo la prigionia nel terribile
Presidio Modelo, dove anni dopo, fu carcerato un
altro giovane combattete ribelle eccezionale, Fidel
Castro.
Una
notte, quando ero in carcere, vissi la più
incredibile avventura della mia vita, piena di
strani momenti e straordinarie emozioni.
Fu la
notte in cui, obbedendo alle penose regole del
carcere, dovetti svolgere un servizio monotono e
quasi angosciante come “ caporale dell’immaginario”,
ossia “carcerato di guardia” in quella galera nella
quale io trascorrevo la mia lunga e lenta condanna.
Fu la notte del 29 di luglio del 1931. Devo parlare
di tutto questo anticipatamente perchè non tutta la
gente è stata in carcere e quindi non può
comprendere e nemmeno credere facilmente a tutto ciò
che può capitare a un uomo.
Stare
in carcere è come vivere nella penombra: è
apprendere la virtù della diffidenza con una
misteriosa abilità sotterranea dello spirito, molto
simile alla doppiezza ma più sottile – molto di più
– dell’ipocrisia . Stare in carcere significa
perdere per sempre la fiducia nel successo dello
sforzo umano; sospettare che in realtà il mondo
esterno è solamente un carcere un poco più grande,
sommergersi in speranze senza fondamenta, dare
corpo all’inverosimile, al fantastico ...Stare in
carcere quando si è giovani è negativo quasi come
stare da bambini in un collegio di preti...
Il
carcere dove io scontavo la mia condanna era una
tipica e antica fortezza spagnola, mai cambiata con
la Repubblica e apparentemente eterna, dove la
leggenda, come una fitta nebbia, avvolgeva il
ricordo di eroi fucilati, comunisti scomparsi,
uomini torturati, corridoi sotterranei al cui
termine l’oscurità è assoluta e rende nere e
sinistre le acque del mare dove nuotano i pescecani,
con celle spaventose fredde come la morte, dove non
entra mai il sorriso del sole o altra cosa che non
siano la brocca dell’acqua e il pezzo di pane...
Schiacciata sopra le rocce, sulla riva del mare,
sembrava far parte della natura stessa. Bastioni,
piazzole con pezzi di antica artiglieria, un fosso
largo e profondo nel quale cantavano le rane di
notte, imperturbabili; sbarre nere e inamovibili,
grandi pareti aspre e muri che circondavano gli
uomini che entravano lì per la prima volta,
precipitando su di loro il silenzio dei secoli...
l’angoscia dominava durante i primi giorni e poi,
con serenità fatalista si accettava quasi come una
speranza la morte morale e si dimenticava il futuro,
che, come resurrezioni parziali, si iniettavano di
speranza al cloroformio in attesa del passare del
tempo ...
Tutte
le celle della prigione erano più o meno uguali con
poche differenze di grandezza. Erano lunghe,
strette, basse e con soffitti curvi, come sezioni
esatte di un tubo gigantesco, tagliato nel suo
diametro.
Anche
se erano dipinte di bianco con enormi inferriate
agli estremi, la cella 11, nella quale io dovetti
vivere per un certo periodo, aveva una sorta di
oscurità tiepida che rivestiva di un grigiore
diffuso le lettere delle pagine dei libri. Era lo
scenario che conveniva allo scopo della prigione:
schiacciare gli uomini, spremerli e rimandarli grigi
nel mondo...Molti anche neri: di un nero profondo,
eterno e abissale.
Nemmeno
un dettaglio sulla linea inflessibile del soffitto;
nemmeno un mozzicone di sigaretta sopra il cemento
pulito del pavimento; nemmeno una piuma di cuscino
che volasse e salisse in un raggio di sole ...Un
mondo crudele e perpetuamente uguale! Un pazzo
incubo dell’invariabile!
Quale
uomo che non è stato in carcere può sapere che cosa
significa essere “caporale dell’immaginario”?
“La
fuori” tutto questo è inconcepibile. Ed è tale
perchè il boia viene pagato, ma il caporale
dell’immaginario non riceve monete ma solamente
responsabilità e odio; soprattutto odio. Un odio che
giunge sino all’animo pieno di rancore dei
pervertiti dai testicoli gonfi per la disumana
astinenza forzata...perchè il caporale
dell’immaginario ha come funzione fondamentale il
dovere di controllo sulla sodomia, della quale
risponderà con la condanna nella cella a pane acqua
e con castighi corporali davanti alle autorità della
prigione. E la sodomia è, in carcere, dove è morto
o anestetizzato lo spirito umano, la buia
bestialità, posta in agguato e la lussuria –
persistente, fulminea e felina – che non perdona il
cacciatore e che gli fa abbandonare la presa ...
Per mia
fortuna, quando per disgrazia mi venne assegnato
quel compito, io avevo l’esperienza del tempo, di
ciò che avevo già visto e, pur essendo giovane,
avevo già acquisito la sana abitudine dei vecchi di
apprendere dall’esperienza altrui e non mi sentii
mai compiaciuto pericolosamente... perchè le
miserabili e corrotte “femmine” giungono a provare
gelosie autentiche dei loro disprezzabili “mariti” e
il pettegolezzo, come un vento rapido, vola sino al
corpo di guardia dove istantaneamente si trasforma
in un castigo terribile.
Da una
parte il castigo spaventoso e dall’altra l’odio dei
compagni. E che compagni! ...Assassini, ladri,
rapinatori, sfruttatori ...Una “scala di fiori sino
all’asso del vizio” Quante volte si pensa
sussultando alla terribile pugnalata che ci verrà
sferrata senza rimedio tra tre anni quando usciremo
! ...
Malato
di solitudine, di isolamento in me stesso, disperato
e senza speranze, quando entrai nel carcere io ero
già un cadavere. Dopo un poco di tempo giunsi ad
essere caporale dell’immaginario e mandavo già puzza
di puro marciume. Da allora io sono sicuro che a uno
si putrefà qualcosa anche prima della morte.
Nelle
notti libere, con frequenza, soffrivo di incubi e
cadevo sul pavimento. Già sveglio ignoravo tutto.
Tutto quello che mi aveva tormentato nel sonno, come
ero giunto sino lì, chi ero io... per me uscire
dall’incubo era come nascere nuovamente ...Io avrei
dovuto stare nell’ospedale dei dementi o sottoterra,
ma dovevo invece prestare servizio in quelle notti
angosciose di silenzio, passeggiando sotto le luci
giallastre della galera, tra una doppia fila di
rancori ... E mi mancavano ancora tre anni!...
Quella
notte del 29 luglio per un lungo periodo di tempo
durante il quale tutti i va e vieni ai servizi si
calmarono completamente, il silenzio della prigione
divenne nel mio cervello una sorta di immensa
pianura piena di neve ...fuori la luce della luna
piena spandeva una sfumatura argentata sul grande
cortile deserto...
Con
passi uguali e meccanici, come un pendolo umano, i
miei passi marcavano i secondi che fuggivano nella
notte, mentre la mia immaginazione tesseva i suoi
tragici cavilli tra la fila doppia dei letti sui
quali la mia vista poneva una vaga attenzione,
guardando i visi dei compagni addormentati.
Che
strane e pazze figure! Quel passaggio tra i letti
per me era quasi sempre un percorso di imboscate e
ad ogni passo mi assalivano tremendi dubbi. Ciò che
quella notte divenne realtà, ciò che molte volte si
era rigirato come un lupo nella mia mente, riempie i
miei ricordi di angoscia e da allora mantiene i miei
nervi con una continuata e implacabile vibrazione,
come il campanello di una sveglia destinato a non
lasciar mai dormire o riposare il mio spirito
agitato.
Quella
notte! ...Come ricordare in quale passaggio mi
raggiunse quel sospetto che mi annichilì? Mi ricordo
che poco a poco i visi dei compagni addormentati mi
preoccuparono sempre maggiormente, sino a che rimasi
immobile davanti a uno di loro. Teso, tranquillo,
sembrava morto, ma dormiva solamente. Mi ritornò
alla mente una vecchia lettura: dormire era come
morire per qualche ora ? La morte è solamente un
sogno prolungato? Questa supposizione allucinante
cancellò al momento anche i miei incubi senza
ricordi, l’incubo del tempo che pieno di buio
impenetrabile va dalla notte sino all’alba sul
silenzio carretto del sonno. Di turbamento in
turbamento, senza rimedi e senza freni, mi trovai
avvolto nel sospetto funebre, carico del terrore e
del panico che tutti i miei compagni erano morti e
che io ero testimone e interprete di fronte ai loro
cambi di posizione, ai loro sospiri, ai singhiozzi
ai rochi respiri, alla vita che conducevano nelle
infinite praterie della morte.
Questo
dubbio spaventoso mi bloccò per alcuni terribili
minuti a alla fine, dato che uno si abitua al
terrore come alla prigione, terminai per considerare
questa possibilità affascinante e comincia a
studiare con impegno paradossale la vita che, nella
morte, conducevano i miei compagni di carcere ...
La
galera sembrava una nicchia biancastra e le due
livide lampade del soffitto sembravano offerte
votive appese lassù. Sui letti allineati dormivano
i morti.
Uno
dopo l’altro li guardai tutti con animo commosso. Io
che li conoscevo bene e che ero consapevole sino al
fondo delle oscure macchie dei loro spiriti, ebbi,
osservandoli, la sicura percezione di una
infallibile ed esatta relazione tra le loro vite - e
i delitti- e l’aspetto che la morte dava loro sotto
l’assoluto dominio del sogno. Il primo si lamentava
con la debolezza di un bambino ed era uno
scaricatore di porto... sembrava che egli, davanti a
un invisibile tribunale senza perdono, piangesse le
proprie colpe più che umane.
Quel
povero ragazzo disperato! Un altro, che aveva ucciso
una donna anziana in un luogo solitario, contraeva
le mani sul petto e sibilava tra i denti, come in
una tempesta al microscopio; un altro, abilissimo
negli alibi, tesseva con le braccia e le gambe,
sottili come un filo di mulinello, posizioni
inverosimili e inesplicabili; palpebre violacee
chiudevano a un vizioso gli occhi con le occhiaie
verdi; un ragazzo forte, che aveva violato, si
rigirava le mani sui genitali apparentemente
minacciati, notando la sua respirazione agiata e il
suo viso, un insieme di agonia e di sfida; un
vecchio grasso, calvo e comico, eccellente baro e
prestigiatore di circo, con le braccia sopra la
testa faceva piroette grottesche da corista in
disuso; il petto ampio e villoso di un altro, con la
bocca semiaperta e anelante ricordavano qualcosa di
simile a un trionfo guadagnato(egli in verità era
uno a cui avevano rubato e si trovava in carcere
per colpa del ladro ).
Un
perfido assassino si raccoglieva nel letto come un
feto mostruoso, come se lo obbligassero a nascere
nuovamente in un supremo castigo.
Avvolto
dal silenzio e dall’ossessione, io traducevo nella
mia mente malata la vita di castigo dei morti e
guardavo con tenebrosa chiarezza lo spettacolo delle
sofferenze dell’oltretomba che popolava la mia
immaginazione di tempestosi interrogativi, di
visioni dantesche, che dava un respiro impetuoso al
mio spirito affinchè rimanesse sempre vigile, per
non farlo dormire mai più! Mai più! Mai più!...
Alla
fine continuai nella mia macabra ispezione. Un
compagno era completamente nascosto dal lenzuolo. Si
era fatto da solo il proprio sudario ...Le mosche si
posarono su un altro, fuggendo dal bordo del letto
al mio passaggio e volando su di lui come su carne
morta; percorrevano laboriosamente anche un altro
corpo, a lato, e altri ancora, come fossero state
vermi, enormi cimici che scoppiavano dopo aver tanto
succhiato...Un altro, mentre cercavo di vedergli il
viso aperse gli occhi verdi come un mare sporco e mi
guardò senza vita: lo spavento mi rese di pietra e
mi immobilizzò al suo lato. Egli continuava ad
essere morto!
Una
grande farfalla nera della luce andò a posarsi
volando su un compagno al fondo della cella. Io
andai sin laggiù e rimasi sbalordito. Quell’uomo era
un soggetto viscido e astuto che, se non fosse stato
per la denuncia di un “consorte” non sarebbe mai
finito in galera. Per tutta la vita aveva ingannato
l’umanità ed ora, davanti ai miei occhi sorpresi io
vedevo che stava cercando di ingannare anche la
morte. Sdraiato, con una certa serenità sul viso,
dava l’impressione che con la sua splendida astuzia
e con arte incredibile avrebbe potuto celare i suoi
delitti innumerevoli anche davanti al penetrante
tribunale dell’oltretomba... Quella scoperta di
trionfo di un uomo sulla giustizia infallibile
dell’eternità produsse in me una sorta di allegria
umana. Quella maschera seria di delinquente
produceva nella mia anima non conforme rumorose
sghignazzate!
Quando
mi raggiunse il cambio della guardia il mio compagno
mi guardò attentamente. Poi mi disse: “Sei
dimagrito, hai la faccia di un morto, di un
cadavere... Tu sei malato: domani chiedi di andare
in infermeria”.
Io
andai a letto, ma mezzora dopo ululavo come un lupo,
mi dissero. Mi rimisi a dormire e mi svegliò la
vibrazione di un forte rumore : ero caduto sul
pavimento. All’alba finalmente la stanchezza e
l’agonia vinsero e riuscii a dormire.
La
mattina dopo tutti i morti si svegliarono per
ricominciare a guardare il mondo con sospetto, ma il
compagno che dormiva al fondo della cella, quello
della farfalla nera della luce non si rialzò: era
morto veramente, dormiva davvero. Il medico scrisse
sul certificato che era morto sin dalla mezzanotte,
prima che io lo vedessi come il solo capace di
ingannare la morte.
Da quel
giorno io non dormo: da due mesi mi trovo in
ospedale lottando contro tutti i medici, contro le
medicine, contro la stanchezza del corpo e l’agonia
dello spirito, per non lasciarmi vincere, per non
cadere mai più sotto la grande ombra traditrice del
sonno!. (Bozza di traduzione di Gioia Minuti).
|