Prigionieri Politici dell'Impero| MIAMI 5

    

C U L T U R A

L'Avana. 18 Novembre2009

Moto Méndez, chapaco e

ACN – Così, da sempre, si chiamano i nati nell’attuale sud della Bolivia, soprattutto nella zona di Tarija: chapacos.

Chapaco era Eustaquio Méndez, Moto, noto come l’eroe di molte battaglie nell’epoca delle guerre di indipendenza che si svolgevano in America contro il dominio spagnolo.

Nacque nel 1784, nella località di Carachimayo, ubicata in una regione che oggi appartiene al Perù. Era figlio di spagnoli, e quindi creolo, e questa condizione, unita ai suoi evidenti desideri di giustizia, lo convertirono, a prescindere dal luogo nel quale respirò per la prima volta, in un uomo di questo continente.

Non tutti i creoli si aggiunsero alla lista di quelli che scelsero il cammino del rovesciamento delle truppe reali spagnole, e che iniziarono poi la dura missione di creare nazioni con volti propri e respirare i primi venti di liberazione, ma altri mille sì. Wustaquio Méndez fue uno di loro.

Erano tempi di caudillos, guerriglieri, motoneri, gauchos agguerriti, indigeni indomabili e piccoli eserciti di soldati mal vestiti e scalzi che lottavano a colpi d’astuzia il potere maggiore delle forze reali che rappresentavano, ovviamente, la Corona.

Tra i molti nomi di coraggiosi creoli, quello di Eustaquio emerge, conosciuto come Moto Mémdez da molto prima della famosa battaglia di Tablada de Tolomosa, che si produsse il 4 maggio del 1817 nella città di Tarija, nel sud della Bolivia.

Lí si confrontarono le forze reali capeggiate dal colonnello Mateo Ramírez e quelle indipendentiste integrate dai guerriglieri tarijegni della cosiddetta Repubblichetta di Tarija, agli ordini di Mato Méndez e l’Esercito del Nord, al fronte del quale marciava il tucumano Gregorio Aráoz della Madrid.

La storia, con giustizia, riconosce El Moto come il soldato valoroso che fu, gli mancava una mano, ma diresse un esercito irregolare conosciuto come Los Motoneros de Méndez.

Il caudillo chapaco fu un difensore dei più poveri, tanto che in qualche momento della storia quando gli spagnoli occuparono Tarija, accerchió con i suoi pochi uomini la città, ed accettò di sollevare l’accerchiamento solamente in cambio della sospensione del tributo che dovevano pagare i contadini, che erano alla fin fine gli indigeni.

Il Moto morì lottando nella zona di San Lorenzo, nell’anno 1849, quando aveva 65 anni.

La sua casa è un museo, ma la memoria grata della gente e della storia ricorda il suo nome, a dispetto dei 192 anni passati dalla battaglia che lo fece crescere, quella della Tolomosa.

Oggi, un altro esercito percorre la terra boliviana, armato di fogli, steteoscopi, matite e volontà dei motoneri. Come quelli sono gruppi liberatori, con la differenza che oggi ricercano gli abbandonati, per tendere loro una mano che allevi i loro problemi fisici.

Cubani, boliviani e venezuelani, prendono nota di quando un essere umano disabile necessiti l’aiuto della scienza per migliorare la vita e così, nell’ambito del programma Misión Solidariedad Moto Néndez, si propongono di ottenere dati statistici delle necessità di un settore della popolazione, dimenticato a causa dell’indifferenza.

Questa missione avrebbe potuto portare un altro nome, perché non mancano gli eroi in questa terra, ma il chapaco Moto è quello che li unisce tutti (Traduzione Granma Int)

 

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