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Moto Méndez, chapaco e
ACN – Così, da sempre, si chiamano i
nati nell’attuale sud della Bolivia, soprattutto
nella zona di Tarija: chapacos.
Chapaco era Eustaquio Méndez, Moto,
noto come l’eroe di molte battaglie nell’epoca delle
guerre di indipendenza che si svolgevano in America
contro il dominio spagnolo.
Nacque nel 1784, nella località di
Carachimayo, ubicata in una regione che oggi
appartiene al Perù. Era figlio di spagnoli, e quindi
creolo, e questa condizione, unita ai suoi evidenti
desideri di giustizia, lo convertirono, a
prescindere dal luogo nel quale respirò per la prima
volta, in un uomo di questo continente.
Non tutti i creoli si aggiunsero
alla lista di quelli che scelsero il cammino del
rovesciamento delle truppe reali spagnole, e che
iniziarono poi la dura missione di creare nazioni
con volti propri e respirare i primi venti di
liberazione, ma altri mille sì. Wustaquio Méndez fue
uno di loro.
Erano tempi di caudillos,
guerriglieri, motoneri, gauchos agguerriti, indigeni
indomabili e piccoli eserciti di soldati mal vestiti
e scalzi che lottavano a colpi d’astuzia il potere
maggiore delle forze reali che rappresentavano,
ovviamente, la Corona.
Tra i molti nomi di coraggiosi
creoli, quello di Eustaquio emerge, conosciuto come
Moto Mémdez da molto prima della famosa battaglia di
Tablada de Tolomosa, che si produsse il 4 maggio del
1817 nella città di Tarija, nel sud della Bolivia.
Lí si confrontarono le forze reali
capeggiate dal colonnello Mateo Ramírez e quelle
indipendentiste integrate dai guerriglieri tarijegni
della cosiddetta Repubblichetta di Tarija, agli
ordini di Mato Méndez e l’Esercito del Nord, al
fronte del quale marciava il tucumano Gregorio Aráoz
della Madrid.
La storia, con giustizia, riconosce
El Moto come il soldato valoroso che fu, gli mancava
una mano, ma diresse un esercito irregolare
conosciuto come Los Motoneros de Méndez.
Il caudillo chapaco fu un difensore
dei più poveri, tanto che in qualche momento della
storia quando gli spagnoli occuparono Tarija,
accerchió con i suoi pochi uomini la città, ed
accettò di sollevare l’accerchiamento solamente in
cambio della sospensione del tributo che dovevano
pagare i contadini, che erano alla fin fine gli
indigeni.
Il Moto morì lottando nella zona di
San Lorenzo, nell’anno 1849, quando aveva 65 anni.
La sua casa è un museo, ma la
memoria grata della gente e della storia ricorda il
suo nome, a dispetto dei 192 anni passati dalla
battaglia che lo fece crescere, quella della
Tolomosa.
Oggi, un altro esercito percorre la
terra boliviana, armato di fogli, steteoscopi,
matite e volontà dei motoneri. Come quelli sono
gruppi liberatori, con la differenza che oggi
ricercano gli abbandonati, per tendere loro una mano
che allevi i loro problemi fisici.
Cubani, boliviani e venezuelani,
prendono nota di quando un essere umano disabile
necessiti l’aiuto della scienza per migliorare la
vita e così, nell’ambito del programma Misión
Solidariedad Moto Néndez, si propongono di ottenere
dati statistici delle necessità di un settore della
popolazione, dimenticato a causa dell’indifferenza.
Questa missione avrebbe potuto
portare un altro nome, perché non mancano gli eroi
in questa terra, ma il chapaco Moto è quello che li
unisce tutti (Traduzione Granma Int)
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