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Il capitalismo raccontato da Michael
Moore
“Il compito dell’artista, del musicista o del
regista non è di seguire la folla. I politici non
cambieranno nulla di spontanea volontà, non ha senso
per loro mostrarsi coraggiosi, è troppo rischioso.
Sono le persone che devono farli cambiare”. Così il
regista americano Michael Moore annuncia la
proiezione alla Mostra del cinema di “Capitalism: a
love story”, il suo ultimo atto di accusa contro gli
Stati Uniti e il sogno americano.
Tra gli eventi più attesi di Venezia, il
documentario, promette il regista, sarà “un perfetto
film sentimentale, che contiene tutti gli
ingredienti delle più belle love story: lussuria,
passione, romanticismo e 14.000 lavoratori
licenziati ogni giorno”.
Continua Moore, con il suo solito humor caustico: “È
un amore proibito, che non osa pronunciare il suo
nome: è il capitalismo”.
Insomma “una storia d’amore” finita tragicamente,
causa di una crisi economica mondiale di cui tutti,
e per prima l’America, stanno pagando le amare
conseguenze e della quale Moore, va a rintracciare i
responsabili con quella rabbia e quell’amore per il
vero che abbiamo imparato a riconoscere e che in
passato lo hanno reso dominatore assoluto dei box
office.
Spiega ancora il regista: “Non penso sia un mistero
chi c’è dietro a questo collasso. Una grande rabbia
è stata rivolta verso le banche e le istituzioni
finanziarie, che hanno messo a rischio la nostra
economia e l’hanno distrutta, così come verso i
politici che hanno permesso che succedesse. Il film
non descrive un boom, un fallimento o un
salvataggio. Ho iniziato a lavorare a questo
progetto prima che l’economia colasse a picco. Non
mi concentro su un individuo, una società o un
problema in particolare, ma sul quadro generale.
Questo film attacca il sistema che permette,
incoraggia e, cosa più importante, garantisce questa
corruzione”.
Dopo essere andato contro le lobby statunitensi
delle armi nel documentario sulla strage di
Columbine (Bowling a Columbine) che si aggiudicò
l’Oscar nel 2003, e contro l’intera famiglia Bush in
Fahrenheit 9/11 ( 2004), per avere messo in
collegamento la guerra in Iraq con gli attentati
dell’11 settembre 2001, “il regista del popolo”,
come viene definito, ha deciso con quest’ultimo
lavoro di affrontare “la radice di tutti i mali”, ma
anche dei problemi indagati nei precedenti lavori.
“Io sto facendo questo film da vent’anni – ammette –
dopo l’esordio di Roger & Me, avvenuto nel 1989 (in
cui il capitalismo e la libera impresa sono da
subito additati come i primi mali della società), ci
sono stati dei collegamenti e delle idee comuni
presenti in tutti i miei progetti. Capitalism: a
love story non è semplicemente la continuazione di
questo lavoro, ma il suo culmine”.
In questo modo il regista ci porta nelle case delle
persone che hanno visto improvvisamente stravolta la
propria esistenza cercando di dimostrare come la
super potenza delle lobby internazionali e il loro
“amore” per il denaro a ogni costo abbia prodotto
conseguenze devastanti sull’economia mondiale e
sulla vita dei cittadini dell’intero globo.
“Era uno Stato ricco, il Michigan – raccontava Moore
già ai tempi di Roger & Me -. Aveva solo tre
prigioni. Dopo la chiusura delle fabbriche della GM,
fino alla crisi odierna, siamo arrivati a quaranta
penitenziari e tutti i carcerati hanno una cosa in
comune: la povertà”.
Possiamo, dunque, essere sicuri che il regista che
da anni ha deciso di fare luce sulla parte più
nascosta del liberismo sfrenato made in Usa – e che
già nel 2007 con il suo documentario Siko denunciava
l’urgenza di una riforma e la disumanità del sistema
sanitario statunitense, una delle battaglie più
ambiziosi dell’attuale presidente Barack Obama –
affronterà senza paura e parzialità anche
quest’ultima sfida. (Alessia Mazzenga su “Terra”).
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